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[Sherlock BBC] You have my heart, so don’t hurt me for what I couldn’t find

Alita sul vetro, premendo poi il dito sulla macchia d’umido e cancellando i segni del suo respiro. Il cielo è grigio anche oggi, piove da ore che sembrano giorni. Alle sue spalle il fuoco si alimenta dell’aria che lui non respira, scoppietta rilasciando scintille che John vorrebbe gli bruciassero le gambe, le braccia, il cuore.
Preme il polpastrello contro il vetro, osservando l’alone di condensa che si forma attorno. Segna, cancella, segna, cancella. Non riesce a trovare un modo per distrarsi, non riesce a sopprimere la sua mente che parla, e parla, e l’unica cosa che vorrebbe è che stesse zitta, almeno per cinque minuti.
Ti stai perdendo.
Poggia la fronte sul vetro, inspirando l’aria gelida che lo trapassa, lasciandola scivolare nei polmoni per diventare lava. Non ha idea di cosa debba fare.
È tutto così assurdo. Cerca di spingersi con la mente a nemmeno un anno prima, a lui che incontra Rosalie, alle sue costanti lamentele su Harry, sui morti che lo stringono, sull’Afghanistan.
Non le ha mai parlato di Sherlock – Sherlock è quel qualcosa che vuole tenere solo per lui, che nessuno deve conoscere, perché ha l’impressione che se qualcuno sapesse, lui sparirebbe per sempre. E John non vuole che Sherlock vada via dal suo mondo, perché ne ha bisogno; glielo ha detto lui, e lui non può sbagliare perché è una possibilità remota, appena una su un numero non quantificabile.
Pensa a quando Mary insisteva perché prendesse quei medicinali, mentre ora piange perché faccia l’esatto opposto.
Batte i pugni sulla finestra, lasciandoli poi scivolare sui fianchi, una scia umida che fa entrare nel suo salotto il bagliore di un fulmine.
Non dorme da tre giorni. Sente i nervi tendersi come corde ad ogni respiro e rilassarsi soltanto quando vieta all’aria di entrare nei suoi polmoni. Sbatte appena la testa contro la parete lucida, sorriso spezzato a se stesso riflesso davanti ai suoi occhi.
Non ha mai avuto paura di Sherlock, e non ha idea del perché. Non ha mai dubitato di lui, nemmeno quando ha sognato di farci l’amore, nemmeno quando gli ha cucito il cuore tenendolo in mano mentre pulsava – forse perché erano tutti sogni, forse perché non importava l’assurdità delle sue azioni, in un modo o nell’altro dopo si sentiva sempre meglio, sempre un gradino più sopra degli altri.
È per questo che adesso non può farne a meno.
Si guarda le mani, le stringe e sente le gocce di condensa incastrarsi tra le linee dei suoi palmi. Quando sente il chiavistello scattare si rimette in posizione eretta, voltandosi in attesa, tirando fuori il suo sorriso migliore che può permettersi. Avanza qualche passo verso la porta, e quando Mary la apre lui le si appoggia addosso, le braccia che avvolgono le spalle e un sospiro sollevato che sa di nulla.
“Bentornata.”

Il rombo di un tuono vicino gli fa spalancare gli occhi di colpo, mille luci che brillano davanti ai suoi occhi stanchi. Sente l’odio montargli nel petto, il nervoso per aver interrotto qualunque tentativo di ricostruire l’immagine illusoria dei suoi sogni perfetti sulle palpebre. Mary gli da le spalle, e per un momento si chiede se non sia stato l’unico ad aver sentito quel suono violento, forse era riuscito ad addormentarsi senza rendersene conto – e allora che senso avrebbe avuto?
Geme di dolore, stringendosi le mani allo stomaco, il nervoso che lo corrode da dentro. Mentre respira profondamente per ritrovare la calma sente un rumore, il clic debole di un interruttore che viene attivato. La luce filtra attraverso le fessure della porta, uno spiraglio di luce che illumina appena la camera da letto - l’armadio che l’altro giorno ha devastato e che poi ha avuto la cura di rimettere in ordine prima che Mary tornasse da lavoro, per non farle sospettare niente.
Scosta le coperte, una settimana di insonnia che pesa sulle sue membra. Si muove piano, in punta di piedi – è bello che la gamba non gli faccia poi così male, quando il suo pensiero è attratto da altro, quando i sensi sono in allerta e il resto sembra non esistere più. Apre la porta piano e il cigolio dei cardini viene inghiottito dal buio alle sue spalle.
Il salotto risplende sotto la luce del lampadario, e lui ricorda bene di aver spento tutto prima di andare a letto. C’è qualcun altro in casa, oltre a lui e Mary. Si china sul camino, prende il tubo di ferro e lo stringe forte, avanzando verso la cucina a passo felpato, l’arma tenuta alta affianco allo zigomo sinistro. Sente il rumore dei piatti che si toccano, i bicchieri che tintinnano come quando Mary li asciuga per rimetterli in ordine nella credenza. Trattiene il fiato, tenendo gli occhi spalancati. E poi entra, stringendo gli occhi così come stringe il tubo, piazzandolo davanti al petto. “Stai fermo, o ci metterò due secondi a-“ Riapre gli occhi, e le parole si gelano in bocca. Si sente come se i muscoli avessero improvvisamente deciso di non funzionare più. Apre e chiude la bocca senza riuscire a dir nulla, perché qualunque pensiero si azzera e diventa un mucchio di polvere sulle sue labbra.
È sveglio. È sveglio, ne è certo, sono giorni che non chiude occhi che per sporadiche ore in cui non sogna che un fastidioso vuoto dove lui non c’è. Non può essere vero, lui sente vivo il calore del ferro tra le mani e il gelo del pavimento sotto i piedi, distingue ogni battito del cuore, e non vuole credere a quello che ha davanti agli occhi, perché Sherlock non esiste, Sherlock è solo una sua proiezione mentale, è solo uno stronzo che prima se l’è preso vicino e poi lo ha abbandonato senza alcuna remora.
Sherlock non può essere lì, davanti ai suoi occhi.
Scuote piano la testa, mentre l’altro avanza e poggia le mani sul ferro, obbligandolo gentilmente ad abbassare le mani. “Tu…” mormora John, mandando giù aria, senza riuscire a staccargli gli occhi di dosso. Sherlock si china sulle sue labbra, sussurra qualcosa che non capisce, prima che lo sfiori e il suo calore invada il suo corpo, sciogliendo via ogni paura iniziale.
Lo sente scivolare nella sua bocca, è morbido, sa di pulito. John alza istintivamente le braccia, cerca il suo viso, lo trova liscio, perfetto, caldo. Si aggrappa al suo collo e geme di dolore, perché non vuole illudersi che sia lì davvero, perché sa di star per andare a sbattere contro l’ennesimo palo, e stavolta perché non è riuscito a chiudere gli occhi per troppo tempo.
Lascia scivolare via ogni pensiero dalla sua mente, mentre Sherlock lo tocca sotto il pigiama, mentre gli accarezza i fianchi e disegna piccoli cerchi sulla sua pelle, sorridendogli mentre le loro labbra si separano con uno schiocco leggero. John le guarda, poi lascia che i suoi occhi risalgano piano lungo il profilo perfetto del suo naso, fino ai suoi occhi chiari, fino a quanto tutto gli sembra così reale da dubitare della realtà stessa, e il cuore salta battiti come se fosse su una corda e volesse andare avanti fino a scoppiare.
“Sherlock…” mormora, senza lasciare il suo viso, il respiro dell’altro che gli solletica la pelle. Lui sorride, scuote appena la testa e non dice una parola. “Sto sognando vero? Sto sognando, è per questo che sei qua. Sto dormendo, sto dormendo, non è la realtà.”
Sherlock muove ancora la testa in diniego, lasciando John interdetto per qualche secondo. “No, John.”
Lui si morde il labbro, le mani che tremano lungo i fianchi. Non capisce cosa stia succedendo, non capisce se essere felice o meno della sua presenza – che stupido, è ovvio che sia felice, non lo vede da una settimana, è da sette giorni che stringe forte gli occhi pregando qualcuno di farlo dormire e permettergli di rivederlo.
Si guarda intorno, ridendo nervoso. “Non troverò un altro cadavere in salotto, vero?”
“No, stavolta no.”
John gli prende le mani, le accarezza, le stringe così forte che vede comparire sul dorso i segni della sua pressione.
Eppure sembra così vero.
Rialza lo sguardo e lo fissa incredulo, sbattendo gli occhi per metterlo a fuoco. Sente mille granelli di sabbia sfregare contro le iridi, ed è come se le sue palpebre fossero diventate di carta vetrata. Sherlock lo fissa e non fa nient’altro – a volte arriccia le labbra, a volte gli stringe la mano e si blocca così, mentre John la sua voce la sente solo nella testa, forte, chiara, che dice cose senza senso, parole a caso senza connessione logica.
“Me ne devo andare.” mormora poi all’improvviso, e John lo vede, che lo fissa sulla punta del naso, che non è capace di reggere il suo sguardo. “Me ne devo andare, perché così puoi tornare a come eri prima che venissi a trovarti.”
“No.” Dice secco lui, scuotendo la testa con forza. Che idea stupida. “Non te ne vai, Sherlock. Non puoi, è… io non ce la faccio.”
“Ce la farai.”
“No, cazzo!” Gli molla le mani con rabbia, retrocedendo di qualche passo. “Non puoi decidere per me, non puoi prendere tutto e sparire come se non fosse successo niente!”
Rifiuta di ascoltarsi, perché si sentirebbe terribilmente patetico. Non guarda le sue mani che tremano, non guarda Sherlock in volto – si limita ad abbassare lo sguardo, a guardare la punta delle scarpe, i mocassini che sembrano bagnati dalla pioggia che fuori cade a secchiate, facendo troppo rumore nella sua testa. “Non te ne puoi andare.” ripete con la voce che si fa sempre più fioca, finché le sue gambe non reggono e lo obbligano a reggersi al tavolo, a farsi scivolare sulla prima sedia che trova. Stringe forte gli occhi, sentendo la cena rigirarsi ancora nello stomaco, assieme a litri di acido. Il rumore dei passi di Sherlock fa a pugni con la pioggia che scroscia violenta contro i vetri – lo vuole guardare, lo vuole tenere lì per sempre.
“Hai fatto male ad abituarti.” Rimbomba la sua voce nelle orecchie; c’è il suo respiro che gli solletica le labbra, è lì davvero e se allunga il braccio può sentire la stoffa morbida della sua giacca, e intrufolarsi con le dita sotto il polsino e sentire il rilievo delle vene sul suo braccio. “Ma ti abituerai anche a questo. Non sei così folle da continuare a stare male. Lo so.”
In mente ha solo i peggiori insulti, ma svaniscono quando sente la lingua di Sherlock scivolare dentro la sua bocca, in un bacio che sa di troppe cose brutte. Gli stringe forte il braccio, la schiena scossa da singhiozzi e sulle labbra un sapore amaro. E mentre lo bacia, sente Sherlock sciogliersi nella sua bocca, nella sua presa che si fa più debole, ormai aggrappata al niente.
Riapre gli occhi piano, e lui non è più lì. Non ci sono più i suoi occhi, nessun corpo da stringere, nessun sapore da sentire.
John urla, battendo i pugni sul tavolo e chiamando il suo nome in preda all’isteria, la gola che sa di sangue e gli occhi di nuovo stretti : vuole cucirli, vuole vedere soltanto il buio così che Sherlock riappaia e rimanga lì con lui per sempre.
Quando sente due mani sulle sue spalle grida più forte, lasciando poi che i singhiozzi lo scuotano con forza, assieme a mani piccole e affusolate che lo stringono forte, mani che non vuole addosso, mani che non sono di Sherlock – mani che non sentirà mai più.
Si lascia andare sul petto morbido di Mary, soffocando i gemiti sul suo pigiama; ignora che lei non lo stringa per consolarlo e non gli dica nulla, ma in fondo non ha importanza.
Non c’è nulla da dire.

Fuori il sole sta sorgendo, ma a nessuno sembra importare. La stanza si colora piano di un grigio chiaro, e quasi sembra di essere in un film in bianco e nero, la trama opprimente che si tesse nella pelle di entrambi. John è ancora immobile sulla sedia in cucina, con le mani che premono contro le tempie e il cuore che batte nelle orecchie con forza. Si morde le labbra, cercando di mettere a tacere le voci che corrono nella sua testa, ma è tutto totalmente inutile: sono ore che prova, e ore che fallisce.
Mary invece non sa dove fermarsi; prima si siede sul divano, sbuffando sonoramente, per poi alzarsi e andare verso la finestra, a guardare la città ancora addormentata. Ha l’indice tra i denti, taglia l’unghia e la getta sul pavimento, grattandosi poi nervosamente il braccio. Segue con gli occhi due gocce che fanno a gara sul vetro, finché non si uniscono e poi si sciolgono contro la plastica. Si chiede se anche lei finirà così, sciolta sul nulla in attesa della fine.
Sente la sedia raschiare contro il pavimento e si gira di scatto, cercando John con lo sguardo. È da quando ha smesso di piangere che non dice una parola, ma la sua voce che urla continua a rimbombare in testa – Sherlock, Sherlock, chi diamine è Sherlock?
Lo vede avvicinarsi con le braccia stanche lungo i fianchi e le labbra che sanguinano appena, mentre i denti continuano ad infierire sulla carne. Mary non sa cosa dirgli, perché dentro il suo petto non sente nemmeno più battere il cuore, talmente è stanca.
È come se avesse sbagliato qualcosa e non capisse cosa. John la fissa con lo sguardo vuoto, mentre continua a camminare verso di lei; vede le sue mani tremare appena, le dita stringersi e rilassarsi, e poi, quando è troppo vicino, lei semplicemente trattiene il fiato e aspetta, perché non sa davvero cosa fare.
Forse è la prima volta che le capita.
“Mary…” mormora John, e nella sua voce c’è solo un’infinita stanchezza, che Mary non riesce a trasformare in compassione. Il suo nome le arriva alle orecchie come un ronzio fastidioso, un brivido che si installa nel petto e gratta fino a farle male. Lui alza le mani, le poggia sulle sue spalle e china la testa. “Ti prego, dammi quelle pastiglie…”
Lei si irrigidisce, strizzando le palpebre. “John, chi è Sherlock?”
Lui non risponde, e stringe la stretta; Mary riesce a sentire le sue unghie attraverso la camicia da notte graffiarle la pelle. “Mary ti prego…”
“John, rispondimi, chi accidenti è Sherlock?” Alza la voce senza pensarci, afferrando i polsi dell’uomo e spingendoli via dal suo corpo, il respiro che si fa più veloce. John la guarda con occhi umidi, senza capire; è come se stesse per piangere, è tornare indietro nel tempo e vedere la sua faccia terrorizzata dopo gli incubi sull’Afghanistan. Si sente spezzarsi in due, la sensazione di inutilità che la invade, dilaniandola dall’interno. “Rispondimi!”
“Non urlare!” strilla lui, e le mani di nuovo si aggrappano alle spalle di lei, scuotendola. “Non… non urlare! Smettila, non urlare.”
Un nodo le si stringe all’altezza dello stomaco, e l’unica sensazione a dominarla ora è la paura, il castello di carta che crolla miseramente con un soffio. È stato tutto inutile. Non pensa più, fissando John con gli occhi sbarrati. Lo vede tremare mentre preme il pollice sulla spalla, e per un attimo Mary ha paura che gliela voglia rompere. Dietro le lacrime che le stanno riempiendo gli occhi c’è qualcuno che non riesce a riconoscere. Lui la scuote ancora, le pupille dilatate e la bocca che sanguina. Forse non è cosciente, forse è andato fuori di testa per colpa sua che non lo ha voluto assecondare.
John urla ancora, e lei non vede più niente per il dolore. Lo spinge via con forza, sentendo subito dopo il rumore di ceramica che si infrange sul pavimento, e lui che geme di dolore. Non aspetta un secondo di più: corre in camera e si cambia di fretta, mettendosi gli abiti del giorno prima. Poi rovista dentro l’armadio e prende la borsa più grande che trova, buttandoci dentro qualunque cosa – due maglie, un pantalone, qualche cambio. Non vuole restare lì, non vuole continuare a vedere e a sentire le tracce del suo fallimento, e del delirio di John. Esce dalla stanza e corre decisa verso l’ingresso senza guardarlo. Ma lui la ferma col solo suono della voce, a metà tra l’irato e il disperato.
“Dove stai andando?” Lei non risponde, e lui si ripete, sollevando la voce e battendo un pugno sul tavolino che ha affianco, stringendo forte i denti.
“Me ne vado, John.” Mormora, buttando l’aria dai polmoni tutta d’un colpo. Si allunga sulla borsetta nell’appendiabiti, aprendola di fretta e togliendo la scatola dello Starnoc. “E tieniti la tua roba, io non ce la faccio più.”
Se la rigira un po’ nella mano, prima di buttarla in terra con forza.
“No.” John scuote la testa, cercando di rimettersi in piedi e cadendo rovinosamente sul divano. Mary prende il coraggio a piene mani e lo guarda per qualche istante, il labbro incastrato tra i denti e gli occhi lucidi. Scuote la testa e si volta, e le serrature scattano una, due volte; il catenaccio sbatte contro il legno della porta, mentre Mary la apre e varca la soglia, tirandosi fuori dal delirio, ripetendosi mille volte nella testa che non lo vedrà mai più, mai più, perché le fa troppo male. John urla il suo nome, ma lei lo sente già ovattato, mentre la mano si alza in mezzo alla strada per bloccare un taxi.
La portiera dell’auto si chiude assieme alla porta di casa, e il silenzio diventa improvvisamente troppo soffocante. John gattona verso l’ingresso, guardando la boccetta aperta, le pastiglie sparse sul pavimento. Singhiozza come un bambino, incapace di pensare a cosa sia meglio fare, se inseguirla o lasciarla andare, se chiamare qualcuno per farsi aiutare o stare semplicemente lì immobile ad aspettare. Stringe una pastiglia tra le mani, e le lacrime gli fanno vedere il mondo come se fosse un acquarello storto. Manda giù nodi d’aria, prima di infilare due pasticche tra le labbra e ingoiarle assieme a grumi di saliva dolorosi.
Alla fine si abbandona contro la porta, piangendo tutto il dolore che ha nel corpo mentre le mani strette sbattono contro la testa, e prega Sherlock di tornare da lui per salvarlo.

Sente un dolore acuto alla schiena, ma non capisce perché. Con la mano ci sfrega contro, sperando che il calore allievi un poco la sofferenza. Attorno a lui c’è una nebbiolina fastidiosa, l’odore di fumo gli entra nelle narici infastidendolo – non ha mai fumato in tutta la sua vita, ha sempre trovato l’attività qualcosa di sgradevole per lui e per chi gli sta attorno.
Ma questo non è odore di sigaretta.
Fa caldo, se ne rende conto solo adesso. Riportando le mani sui fianchi, si accorge che qualcosa di liquido sta scorrendo lentamente, solleticandogli lo spazio tra l’indice e il medio. Solleva appena il braccio, cercando la fonte del fastidio e ritrovandolo in un rivolo di sangue e polvere da sparo. Addosso ha la divisa da militare – dove diamine si trova adesso? Kandahar? Kabul? Maiwand?
“Sei nella tua testa.”
John sobbalza, voltandosi lentamente verso la voce. Per un momento non capisce da dove venga, ma poi una sagoma alta si delinea oltre il fumo, e gli occhi freddi di Sherlock distendono i suoi nervi, facendolo sorridere. “Ah, eccoti.”
Torna a voltarsi, sventolando la mano davanti ai suoi occhi. Il vuoto serpeggia seguendo i suoi movimenti, aprendo un varco di colori caldi tra il grigio nauseabondo. Ci sono villaggi, tende, corpi macchiati di un rosso vivo che si agita salendo fino in cielo.
“Cos’è successo?” si chiede sottovoce, avanzando un passo. Sente il suono di un’ambulanza riempire l’aria, assieme ad un’altra, assieme a sibili veloci come di proiettili impazziti.
“È esploso qualcosa da qualche parte. Sarebbe meglio andare a cercare di riparare il danno, non credi John?”
John annuisce senza capire. In fondo, non fa che seguire Sherlock da quando lo conosce, e non gli ha mai portato nulla di male.
Scendono a valle, con l’uomo, avvolto nel cappotto, che gli cammina un passo avanti a lui, la sciarpa che danza al vento davanti ai suoi occhi ipnotizzandolo. “Come ti senti?” sente poi, e John si ferma, lasciando affondare i piedi nella sabbia.
Si guarda ancora le mani, il sangue è incrostato sulla linea della vita. Il dolore pulsa ancora nella schiena, ma è come se alla vista di Sherlock si fosse nascosto per non essere scoperto. Sorride, fregando i palmi contro i fianchi per mandare via il rosso. “Sto bene.” Risponde, annuendo, prima di raggiungerlo. Sherlock lo aspetta e poi riprende a camminare, facendo spazio ad entrambi tra le macerie.
C’è qualcosa di strano, nel paesaggio intorno a loro; John lo nota e arriccia le labbra, cercando di analizzare a fondo ogni cosa che vede.
“Te ne sei accorto, vero?”
Man mano che camminano tutto comincia a trasformarsi: non ci sono più i mercati della frutta che cadono a pezzi, non ci sono più le tende e i relitti dei carri armati. In fondo alla strada il London Eye cade a pezzi; le lamiere cigolano, piegate dal calore del fuoco. Dietro, il Big Ben segna le ore in modo distorto, scoordinato – sembrano risate di bambini, incupite dal rintocco basso di sottofondo. L’acqua del Tamigi è agitata, brilla, sembra fatta di lava. John si volta di scatto, guardando oltre i palazzi. C’è una colonna di fumo denso oltre le prime file di palazzi, fumo che lo sta richiamando a sé.
“Sei sicuro di volere andare? Può essere pericoloso.” John si volta verso Sherlock e lo guarda senza capire, ma non si prende la briga di chiedergli una spiegazione, perché le sue gambe già si muovono per quelle vie che lui conosce a memoria, l’odore della panetteria sostituita dal fumo che si fa sempre più scuro, sempre più opprimente.
I muri delle case stanno diventando neri, i bambini che giocavano per strada adesso sono solo ombre di morti riversi sulla strada e le loro voci canti disperati. Si guarda attorno accelerando il passo, lo stomaco in subbuglio, la schiena che duole come se avesse un coltello conficcato nella schiena. Svolta un paio di volte, e quando arriva davanti casa le sue ginocchia cedono e lui rimane per qualche secondo piegato su se stesso, a riprendere fiato. Sente i polmoni avvelenarsi lentamente, mentre il fumo esce copioso dalla porta della sua casa.
“Sei sicuro di voler entrare?”
Sherlock lo fissa, le mani dentro le tasche del cappotto e il viso congestionato in un’espressione seria. John si rimette in piedi e annuisce, sollevando lo sguardo al suo piano: le finestre vomitano fumo e detriti, ed è come se stesse piovendo dolore. Tira una manica del maglione, la divisa scomparsa assieme all’Afghanistan, e tenendola davanti alla bocca sfonda la porta ed entra, salendo le scale a due a due.
Quando varca la porta d’ingresso, non c’è nessun fuoco ad attenderlo, e il fumo è soltanto una nebbiolina leggera, che filtra la luce del sole rendendola soffusa. Ogni cosa è al suo posto, perfetta ed immacolata. Sul tavolino davanti al divano le rose continuano a nutrirsi d’acqua, sbocciando alla luce del mattino. In cucina c’è ancora la sua tazza di tè che fuma come appena fatta. I passi di Sherlock riempiono l’aria, altrimenti grondante silenzio. Non c’è nessuno, in quella casa.
Crack.
John corre verso la camera, sbattendo la porta. Guarda il letto disfatto, le macchie di sangue sul lenzuolo. Fa il giro della stanza due, tre volte, mettendo tutto sottosopra, mentre un nome si infila velenoso nella sua testa e rimbalza nel cervello come una pallina da pingpong. Quando spalanca l’armadio e ci vede dentro degli enormi buchi, sente il suo cuore fermarsi, assieme al suo fiato. Non ci vede più, non sente più niente. Quando il cuore riprende a battere e i polmoni ad accogliere aria, sente la testa girare per i troppi pensieri. Ritorna in cucina col passo cadente, la gamba che fa male come se avesse appuntati mille spilli.
Sherlock è ancora sulla porta, con le braccia incrociate e il viso privo di espressione. “Mary non c’è.” Sibila John, la mano stretta al cuore. L’altro annuisce, senza aprire bocca.
Il silenzio diventa improvvisamente troppo pesante da sopportare.
John si trascina verso il centro della stanza, cercando sostegno nello schienale del divano. Si passa una mano sul viso, cercando di riempire i polmoni e calmarsi. “Mary non c’è.” ripete, e scuote la testa, travolto dai pensieri che piano si rimettono in ordine.
Sherlock è davanti a lui, le sopracciglia appena incurvate e le labbra tese in un’espressione desolante, più che desolata. Allarga appena le braccia, quando John si china e lascia andare la testa sul suo petto, la schiena che si solleva e si abbassa lenta per cercare di tornare lucido.
“John. Devi fermarti.” Lui non risponde, limitandosi ad affondare le dita nelle sue braccia. “Tra poco potresti non essere capace di tornare indietro, e non è quello che vuoi.”
John frega la testa contro il suo petto, un groppo in gola che sa non si scioglierà in breve tempo. Apre la bocca nel tentativo di dire qualcosa, ma l’unica parola che viene fuori è il nome di Mary, e nient’altro. Gli occhi stretti per non fare entrare la luce, nelle palpebre vede cucito il suo viso distrutto, i vestiti infilati in malo modo nella borsa e i capelli spettinati. Stringe forte la mano nel petto di Sherlock, e vorrebbe che al posto suo ci fosse Mary, mentre pensa che forse sarebbe tutto più semplice se invece di svegliarsi restasse lì per sempre. “Cos’ho fatto…” bisbiglia tra i denti, un singhiozzo che lo scuote con violenza.
La cosa ridicola è che nemmeno ricorda come sia arrivato a tutto questo. Il calore del corpo di Sherlock lo stordisce e lo lega a quel posto, a quei sogni distorti e alla sensazione di essere sospesi nel nulla, di essere avvolti da uno strato di niente che non può fare male a nessuno; è arrivato quando ne ha avuto più bisogno, lo ha portato tra i morti e lo ha aiutato a cacciarli dai suoi pensieri. Sherlock gli ha preso il cuore in mano per rattopparlo come meglio poteva.
Sherlock è il pezzo che manca alla sua vita, ed è qualcosa che sa di non poter portare con sé; è la parte di Mary che Mary non ha, e John ride sul petto dell’uomo in modo stupido mentre piange, perché insomma, che cosa ha Sherlock che possa completare la sua ragazza?
Affonda i denti nelle labbra, stringendo più forte che può. Sherlock non lo abbraccia, ma è diverso da quando è stata Mary a negargli il suo affetto, perché il suo calore è sottile e si intrufola sotto la pelle per restare lì, non ha bisogno delle sue braccia attorno alle spalle.
Un conato di disgusto gli ribalta lo stomaco, la mano che corre veloce alla bocca per trattenere tutto dentro. Respira rapido, cercando di non esplodere, ingoiando l’acido per riportarlo al suo posto.
Cosa deve fare?
“Non hai bisogno di me.” sussurra Sherlock, la voce bassa che vibra nell’orecchio. “Io posso restare qua, se la cosa ti fa stare meglio. Non sparisco, finché tu vorrai avermi, perché io sono qui.” E preme due dita contro le sue tempie, lasciandole scivolare poi sotto il mento. “Ma io non ti servo, John. Io non sono un antidepressivo, non sono la cura dei tuoi problemi. A volte posso aiutarti a risolverli, altre volte posso aiutarti a scappare, ma non c’è niente che tu non possa fare se non ci sono io, perché io ci sono solo nella tua testa.” Gli solleva appena il viso, baciandogli un angolo della bocca, restando così per qualche secondo. “E per quanto la tua testa sia piena di cose inutili, c’è anche quel poco che basta per ritornare al punto di partenza, e ricominciare.”
John se lo stringe forte, baciandolo senza pensarci.
Sherlock è la parte di Mary che manca, ma non può sostituirla. Deve fare un passo indietro, appallottolare la matassa della sua esistenza e ricominciare a vivere da lì cercando di non farla più annodare; ma deve farlo senza Sherlock.
Stringe forte gli occhi, imprimendosi il suo sapore nella mente, cercando di capire se sarà capace di disegnare il suo volto nella mente per sempre, perché anche se Sherlock dice che non ha bisogno di lui per andare avanti, lui non ne è assolutamente convinto, e vuole l’assoluta certezza di riuscire a trovarlo almeno nei suoi pensieri.
Lo lascia piano, con uno schiocco che spezza l’oppressione del silenzio. Fissa le sue labbra, sa che non se le dimenticherà; almeno, non facilmente.
“Non te ne andare.”
John affonda le dita tra i suoi riccioli scuri, stringendoli forte, obbligando Sherlock a chinarsi e a trovare appoggio nella sua spalla, lui così alto e così inflessibile e perfetto. Sente le sue labbra stendersi contro la pelle, e socchiude gli occhi per sentirsi felice di riuscire a vederlo sorridere senza guardarlo.
“Sono qui. Decidi tu quando me ne devo andare.”
John lo stringe in vita e ha paura che sia l’ultima volta. Sospira profondamente, premendo forte le labbra sulla tempia dell’altro, prima di lasciarsi andare a un sospiro profondo e riaprire gli occhi.
La casa è vuota, la porta aperta. Dietro di lui, il vaso con le rose è spaccato, e l’acqua scurisce i colori accesi del tappeto persiano. Il fumo, fuori dalle finestre, è denso e scuro, e filtra attraverso gli spiragli, riempiendo il salotto, attaccandosi all’arredamento. John si guarda le mani e vede il sangue; si è tagliato con un coccio di ceramica, macchiandosi la pelle e i vestiti. Tira su col naso, guardando al soffitto.
E si chiede se ce la farà davvero.

John si raggomitola sul divano, con in mano il cellulare e il dito che rimbalza sul tasto verde senza premerlo. Nelle sue labbra non c’è più pelle, e le unghie continuano a grattare via la crosta che forma nel palmo ferito, facendo sanguinare ancora il taglio. Respira profondamente e fa forza sulla plastica nera, bloccandosi poco prima che la chiamata venga inoltrata. È uno stupido codardo, non è nemmeno capace di fare una chiamata alla sua… non è neanche sicuro sia ancora la sua ragazza, in realtà.
Si guarda attorno, la stanchezza incisa sul viso. Ha impiegato ore per sistemare la casa, e soltanto per evitare quella chiamata. Sa che sono passati appena due giorni da quando è andata via, perché quando ha riaperto gli occhi la sveglia sul tavolo della cucina segnava un giovedì, e nella sua mente non c’è nessun ricordo oltre lunedì, quando lei ha sbattuto la porta e non è più tornata indietro.
Deve chiamarla. Stringe forte il telefono, guardando il nome di Mary sul display, la foto del loro primo giorno a Londra mentre comprano cibo spazzatura da Tesco. Si succhia il labbro inferiore sorridendo amaramente, e prima che pianga scuote la testa, stringendo gli occhi per ricacciare dentro le lacrime.
Clic. Porta il telefono all’orecchio trattenendo il respiro, mentre l’interferenza vibra nelle sue orecchie prima di lasciare spazio a squilli lunghi e desolanti. “Rispondi…” mormora sottovoce, battendo le dita libere sul bracciolo del divano. Niente da fare. Il primo tentativo cade a vuoto, così il secondo, e il terzo. Forse deve arrendersi al fatto che Mary non tornerà più, in fondo non avrebbe nessun torto a non volerlo più vedere – chi vorrebbe vivere con lui?
Sospira, fissando lo schermo e incantandosi sugli occhi azzurro cielo di lei. Non sa che darebbe per sentire la sua voce, non sa che darebbe per tornare indietro e fermarsi prima di rotolare rovinosamente verso il nulla. Alza gli occhi al soffitto, chiedendo a Sherlock di non lasciarlo solo, almeno lui.
“Che patetico…”
Ride di se stesso, poggiando la testa sulle ginocchia e buttando fuori dai polmoni tutta l’aria che ha in corpo. Sente un leggero vibrare tra le mani, forse un piccolo spasmo, non ne è sicuro. Apre appena le gambe e ci guarda attraverso, la luce del display che gli illumina la faccia.
Mary.
Si solleva di scatto, fissando imbambolato il suo nome che lampeggia per qualche secondo, prima di cliccare frettolosamente il tasto e avvicinare l’apparecchio all’orecchio, in attesa.
“John?”
Deglutisce aria, cercando di respirare normalmente, mormorando l’unica cosa che vuole davvero dirgli, nessuna preghiera, nessun’implorazione – niente ti amo, niente torna a casa, niente mi manchi.
“Ho bisogno di te.” dice semplicemente, decidendo di non andare oltre. Per qualche istante pensa che sia caduta la linea, o che Mary abbia riattaccato, perché non sente più alcun rumore e lui non ha il coraggio di guardare lo schermo. Ma poi sente il suo sbuffo stanco, sente un rantolo sofferente oltre la cornetta, e si sente sollevato.
“John, io non so se tu abbia vagamente idea di come mi senta. Non-“
“Non ti sto chiedendo di tornare.” mormora tra i denti, perché è l’unica cosa che vorrebbe davvero da lei adesso. “Non voglio che… Dio, ho solo… ho bisogno di te, ho bisogno di…” la voce slitta prima che possa finire la frase, e una mano scorre sul suo volto per reprimere qualsiasi impulso, mentre mangia giù spilli avvelenati, con la voglia di correre in camera e chiudersi dentro per non uscire più, con o senza Mary, con o senza Sherlock.
La sente tirare su col naso, se chiude gli occhi può immaginarla mordersi le labbra, guardarsi intorno per cercare in qualunque angolo una soluzione a tutta la merda in cui lui l’ha messa. La sente passarsi una mano sulle labbra per seppellire un sospiro tra le dita, prima di dire qualunque altra cosa.
“Sto arrivando.” dice, e non gli da il tempo di rispondere, perché chiude la chiamata prima che lui possa aprire bocca.
Abbandona il telefono sul divano, guardando fuori dalla finestra e non pensando più a niente.

Il suo profumo è dolce, estraneo, e gli ricorda la prima volta che l’ha incontrata, la prima volta che gli è entrata dentro per non andare più via. Quando la porta cigola, rimane immobile a fissare lo spiraglio che si allarga per lasciarla entrare, mostrandogli il dolore che le ha inflitto concentrato negli occhi gonfi e stanchi, nel colorito spento della sua pelle. Si alza di scatto, John, inciampando sui suoi piedi e sul tappeto, mentre la sua bocca si apre per dire il suo nome, ma non fa uscire altro che un rantolo sommesso che regge il carico della sua disperazione. Le si butta addosso, come se fosse capace di salvarlo soltanto stringendolo. La prende in vita e affonda il viso nel suo seno, senza frenare l’impulso di sfogare il senso di colpa con le lacrime, col suo nome invocato a ripetizione per imprimere nella mente di entrambi la sua stupidità.
Mary scoppia a piangere come una bambina, stanca di doversi trattenere. Lo stringe al collo e cerca appoggio nella sua spalla, singhiozzando e piangendo le ultime lacrime che ha in corpo, mentre fa un passo indietro, appoggiandosi alla porta e chiudendola. La sua testa pesa, così piena di pensieri da non riuscire a seguirne nessuno. John è lì, tra le sue braccia, lo sente chiedere perdono sottovoce, mentre la stringe più forte, mentre le mozza il respiro. Non sa cosa fare, non sa che strada prendere, non sa da dove cominciare per rimettere le cose a posto; l’unica cosa di cui è consapevole è che John è il pezzo della sua vita che non può mancare, e che forse raccogliere i cocci della sua mente in due renderà le cose più semplici.
Gli preme le labbra sulla tempia, guardando in alto e sperando di avere la forza di tenere John a sé, e di non cadere più con lui.

John è nervoso come la prima volta che è stato in quello studio, le dita che si intrecciano e si lasciano mentre lo sguardo è fisso sul taccuino. Rosalie davanti a lui sorride, sperando di metterlo a suo agio.
“È da un po’ che non ci vediamo. Sono contenta che sia tornato, John.”
Lui annuisce e si sforza di ricambiare il saluto, battendo appena il piede contro il pavimento. “Già.” Borbotta. “Già, è davvero un sacco di tempo.” Sospira, cercando di far scivolare via la tensione dai suoi muscoli, stringendo i denti per spingere più in alto gli angoli della bocca.
“Suppongo sia stato un periodo intenso, le va di parlarne?”
John si guarda la punta delle scarpe, e rivolge a se stesso la stessa domanda; gli va davvero di parlarne?
Solleva la testa e guarda Rosalie dritto negli occhi, annuendo.
“C’era… lui, nei miei sogni. È arrivato con lo Ximonav, ha spento l’Afghanistan con un secchio d’acqua, ci pensa? Era particolarmente buffo, perché io morivo dal caldo, e invece lui girava sempre con il suo cappotto, e quella sciarpa… mi pare fosse blu, ma in fondo che importa. Non veniva sempre, ma quando c’era era rassicurante. Stare con lui era un po’ come vivere una seconda vita, in un’altra Londra dove non c’era nessun John tormentato dalla guerra perché appena ci pensavo lui schiacciava tutto con la sua sicurezza e il pensiero non tornava più. Non sono sicuro, ma penso fosse una sorta di Mary al contrario, perché lui non si scioglieva mai in sentimentalismi – nel senso, non era una donna. Ma il calore che emanava, quello che percepivo quando c’era, era lo stesso. Mi piaceva stare con lui, mi piaceva dormire e pensare di non dovermi preoccupare di niente. Sono una persona orribile, perché scaricavo su di lui le frustrazioni della vita reale, senza pensare a quello che avevo qui.”
“Ed era felice?”
“Quando dormivo, sì. Quando c’era lui ero contento. Gli incubi si sono trasformati, si ricorda no, le avevo detto che c’era qualcuno nei miei sogni ma non sapevo chi fosse. In realtà lo sapevo, ma non sentivo la necessità di dirglielo, non sentivo la necessità di dirlo a nessuno. Lui era lì per me. Penso ci sia ancora, in verità.” Ride, scuotendo la testa. “Sembro un pazzo.”
“No, affatto, John.”
Entrambi sorridono, lui si sente come se parlasse di una cotta adolescenziale, e il cuore gli si stringe appena. “Era bello, stare con lui.” Riprende fiato, prima di continuare a parlare. “Poi ho smesso con lo Starnoc, tre mesi fa. Ci ho messo un po’ ad abituarmi a dormire senza, e credo di essere uno dei pochi essere umani ad aver subito quasi tutti gli effetti collaterali di quella roba. Mary ha avuto la pazienza di starmi vicino, io credo di aver avuto la forza di non fare nuovamente la vittima. È difficile pensare e muoversi e fare le cose in modo diverso da come sei abituato di solito, è snervante, soprattutto quando poi non riesci a riposare la notte. Per fortuna nel giro di una settimana sono riuscito a recuperare un ritmo di sonno umano. Ogni tanto sogno ancora l’Afghanistan, ma non è più un problema. Certo non mi fa piacere sognare i morti, ma non prendo più ogni incubo come una scusa per sentirmi in colpa nei loro confronti. Preferisco pensare sia un modo per ricordarli. Giova a loro come giova a me.”
“E con Mary come va?”
John sorride, guardandosi le mani.

Il balcone della loro casa è fiorito assieme alla primavera, l’erica che macchia di rosa il bianco delle pareti. Il sole, sorto da poco, filtra attraverso le foglie, attraverso le tende, proiettando giochi di luce sul tavolo della cucina, dove una tazza di tè fuma e riempie l’aria di vaniglia. Mary sorride, prendendo posto e guardando davanti a sé; c’è una rosa rossa al centro, una scatolina bianca che richiama la sua attenzione.
Sente un frusciare di vestiti alle sue spalle e sorride, mentre le braccia di John la avvolgono per le spalle; lui la bacia sulla guancia, guardando dove sta guardando lei.
“Vuoi che ti faccia la domanda o vuoi darmi direttamente la risposta?”
Lei si volta e lo bacia, stringendolo forte.

“A volte capita ancora che io stia male. È per questo che sono tornato qui. Per quanto Mary sia una santa, io non posso continuare ad abusare della sua pazienza. A volte mi sveglio disorientato, non capisco più dove sono, faccio fatica a ricordare luoghi e nomi. È normale?”
“Ci vuole del tempo, perché le cose si sistemino, John. È normale, non si preoccupi.”
“Questo mi solleva molto. Vede, è in momenti come questo che lui mi manca più di ogni altra cosa. Faceva quello che Mary non riesce a fare, era una specie di sedativo,non saprei come spiegarlo meglio. Non che Mary sia un’incapace, questo mai. Ma con lui era diverso.” Annuisce con forza, come a voler sottolineare le ultime parole. “Sì, era diverso.”
Rosalie scrive due parole sul suo foglio, senza dire una parola. A John terrorizza, perché ha sempre l’impressione che qualunque cosa esca fuori da quella penna sia prova inconfutabile della sua pazzia.
Dovrebbe imparare a rilassarsi di più.
“John, questa persona ha un nome?”
“Sì, certo.”
“E per lei è particolarmente significativo?”
“Il nome, dice? Adesso sì. Prima di quel giorno non credo di averlo mai sentito, forse l’avevo letto per sbaglio su qualche giornale.”
“Come si chiama?”

“Sherlock.”
Lui gli sorride guardandolo dal balcone del 221b di Baker Street senza dire una parola, senza sventolare la mano per aria. John porta una mano sulla fronte perché il sole è proprio sopra il palazzo, e picchia contro i suoi occhi impedendogli di vederlo; quando Sherlock sparisce dentro casa, si dirige verso la porta e la spinge appena, chiamandolo per nome mentre sale le scale a due a due.
Sa di non poterlo perdere, sa che sarà con lui quando ne avrà bisogno. Si ciberà del suo calore, prenderà forza dalla sua sicurezza e poi andrà avanti, lasciandolo lì a dormire nel suo cuore rappezzato con cura dalle sue mani ferme.
E finalmente, dopo tanto tempo, nella sua vita va tutto bene.
Tags: fandom: sherlock bbc
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