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[Sherlock BBC] You have my heart, so don’t hurt me for what I couldn’t find

Quando al mattino vede il viso di Mary rilassato, si sente più leggero. È evidente che stanotte non abbia fatto nessun genere di rumore, perché anche lui si sente davvero riposato, ed erano anni che non gli capitava. Lei gli sorride, la colazione che fuma nel tavolo. John le va incontro e le stringe i fianchi, così stretti, così morbidi. “Buongiorno.” sussurra sulla sua guancia, mentre la culla. Quando la bacia, il suo calore si irradia e gli scalda il cuore. Vorrebbe svegliarsi tutti i giorni così, e andare a letto avendo la certezza che il giorno dopo sarà ancora felice.
“Ciao.” ricambia lei, voltandosi e cercando le sue labbra. John è rincuorato perché prima di aprire gli occhi ha avuto paura di aver fatto passare a Mary un’altra notte da incubo, e invece è tutto perfetto, tranquillo. Lei è meravigliosa, come il primo giorno che l’ha incontrata. “Hai dormito bene?”
“Da Dio.”
Si ritrova ad essere felice delle sue stesse parole.
“Immaginavo.”
Mary si volta, gli abbraccia il collo e lo attira a sé, sfiorandogli le labbra con le sue. È un’immagine che sembra uscire da un romanzo rosa, loro appoggiati sulla cucina mentre il sole filtra attraverso le tende, illuminando le mani di John che si intrecciano dietro la schiena di lei. John ride sulle sue labbra, pensando a quanto sia banale pensare una cosa del genere.
“Hai fatto qualche bel sogno? Sembri felice.”
“Non particolarmente.” e si siede a tavola, il viso che si sporge appena sulla tazza per inspirare il profumo dell’Earl Gray. “Ma stavo bene, c’era un bel fresco, il cielo pulito, un pazzo che faceva cose strane.” Si ferma un attimo a riflettere, pensa alla figura col cappotto che lo fissava e gli dava del folle. “In fondo, era un bel sogno.”

Anche se sogna la guerra, adesso sembra tutto più calmo. È come se l’asse terrestre si sia spostato di qualche grado, privando al Sole la possibilità di cuocergli il cervello ad ogni ora del giorno. Quando incontra Rosalie, una settimana dopo l’inizio della cura, John vede nel suo viso la stessa espressione che sicuramente ha avuto lui quando ha aiutato un afghano a riprendere in mano la sua vita, con un bastone, o un benda attorno alla testa.
Sto facendo qualcosa di buono.
“Sto meglio.” dichiara, giocando col manico del suo bastone. “Sto dormendo di più, e questo non so se sia effettivamente un bene. Ma forse devo solo abituarmi. Comunque mi sveglio più riposato, non ho più attacchi di panico nel sonno, non pensavo mi avrebbe fatto così bene.”
“Perché non ha iniziato subito?”
“Avevo paura di perdere me stesso.”

Capita che lui e Mary si ritrovino davanti al tavolo, a ricordare cose che entrambi vorrebbero cancellare. John le stringe sempre le mani, perché ha paura di vederla diventare trasparente e inconsistente – qualche volta è successo, nei suoi sogni, che lei gli abbia detto addio per sempre.
“A volte ho paura che mi odino.” dice, lasciando che sul suo volto sorga un sorriso amaro, gli occhi che si fanno tristi – è un uomo, si ripete, un soldato che dovrebbe rimanere impassibile davanti a qualsiasi cosa.
Ma proprio perché è un uomo non ce la fa.
Mary gli accarezza il dorso della mano, come faceva mentre lui dormiva profondamente nella sua camera d’ospedale, attendendo che si svegliasse. Si china appena a baciarglielo, il sospiro che accarezza la pelle e la rende morbida e calda. “Non ti odierebbero mai.”
“Tu sei mai stata sul campo?”
“Una sola volta. Non riuscivo a sopportare l’ambiente.” Ride stancamente, alzando gli occhi al soffitto per qualche secondo, prima di rivolgere di nuovo lo sguardo alle mani del suo amante.
“Ci sono stati momenti in cui si camminava in mezzo ai morti. Per fortuna non era roba di tutti i giorni, eppure quando capitava sembrava sempre che fosse la prima volta. Un soldato alla prima missione non è riuscito a sostenere la puzza di morto, e si è ritrovato a piangere addosso al colonnello per la paura. Molti lo hanno preso in giro, io avrei voluto dirgli di tornare a casa.” Si morse il labbro, umettandolo appena. “La cosa più brutta sai qual è? Vedere quella gente e pensare che per quanto ci sforziamo di fare del bene, alla fine non contiamo niente. Mentre salviamo una persona, altre dieci stanno morendo a qualche centinaio di metri.”
“John, non puoi salvare il mondo.”
“Lo so. Ma non posso non pensare che potevo fare qualcosa di più, stando lì.”

Sta mangiando un panino, quando vede arrivare da in fondo alla strada fatta di terra e ciottoli lo sconosciuto di qualche giorno prima. Si alza appena, mandando giù l’ultimo boccone prima di corrergli incontro. Si chiede ancora come faccia a stare con tutta quella roba addosso, col caldo che viene giù dal cielo a ondate. “Sei tornato.”, esclama sorpreso; ma l’altro non parla, si limita a guardarlo da capo a piedi senza dire una parola, e poi lo prende per un polso, tirandolo appena.
John non fa resistenza.
“Che stai facendo?”
È snervante non sentire la sua voce. È come un pezzo che manca, qualcosa che si aspetta di vedere davanti ai suoi occhi, come se le sue parole possano prendere forma e fluttuare nell’aria. Ma l’uomo si limita a fissarlo e a ghignare, senza soddisfarlo.
Il paesaggio attorno a loro cambia, mentre affondano i piedi nella sabbia. È un contrasto particolare, il suo modo di vestire, il nero che risalta la sua carnagione chiara, i suoi occhi così freddi e fuori luogo rispetto al deserto rovente. John vorrebbe quanto meno sapere il suo nome, ma non ha il coraggio di chiederglielo. Ha paura che possa sparire da un momento all’altro e lasciarlo lì, in un posto da cui non saprebbe come tornare indietro.
Lentamente l’aria si riempie di qualcosa di familiare. C’è puzza di bruciato, dall’odore si direbbe gomma. Nella conca tra due colline si innalza una colonna di fumo nero come il cappotto dell’uomo che adesso sta davanti a lui. Nelle sue orecchie, dapprima come un sibilo e poi facendosi sempre più forti, urla cariche di dolore e parole in inglese che volano da una parte all’altra, qualcuno che grida ”Dell’acqua, mi serve dell’acqua!”
Un campanello che si risveglia nella sua testa, e subito i piedi prendono a muoversi da soli, non curanti di quel povero uomo che continua a stringerlo senza alcuna intenzione di lasciarlo andare.
“Non guardare, non guardare.”, mormora McKenzie, mentre stringe un laccio emostatico al braccio di un bambino, la siringa ancora sigillata e sporca di terra al suo fianco. La pulisce sulla gamba, togliendo il tappo coi denti – e fanculo alle infezioni, gli aveva detto un giorno sorridendo. “Adesso passa tutto, non ti preoccupare.”
John si muove tra i morti, braccia strappate al resto del corpo che sbattono contro la punta delle sue scarpe. L’odore è acre e così forte che gli sale fino al cervello, e per un momento la testa gira, e lo stomaco è sottosopra per la nausea. Cosa ci fa lì?
Si ferma ad ammirare il disastro, la gola secca e il cuore che pulsa in pancia. L’uomo lo supera e continua ad andare avanti, obbligandolo a seguirlo. “Dove mi stai portando?” chiede, senza ottenere risposta.
Quando l’altro alza il braccio, indicandogli una tenda improvvisata, il suo cuore smette di battere. Non è possibile, quello che sta vedendo, perché lui è in piedi, sta osservando quel disastro e non può essere anche… lì.
“Resisti, ti prego.” sente pronunciare dalle sue stesse labbra, qualche metro più avanti. Ha la faccia sporca di sangue e terra, le mani che non tremano mentre muove il bisturi sul braccio di un uomo, con i capelli brizzolati tinti appena di rosso e i denti affondati in un panno bianco. “Stai con me, stai con me!”
Un brivido gli scuote la spina dorsale, e all’improvviso è come non essere più in Afghanistan, perché il terrore lo raggela e nemmeno il caldo riesce a fargli passare quell’orribile sensazione.
“Lo stai salvando.” sente nella sua mente, ma quando si gira a guardare lo sconosciuto, quello sta osservando l’altro se stesso che stringe i denti allo stesso modo con cui stringe la garza attorno al moncherino dell’afghano, continuando a ripetere all’altro che andrà tutto bene, che si salverà, che c’è speranza per lui e che ora si occuperà dei suoi figli e dei suoi compagni.
John guarda John, e non capisce. John vede John alzarsi e lo segue con lo sguardo, lo vede accorrere in aiuto di qualche altro povero disgraziato con le gambe fratturate. Vede se stesso trattenere le lacrime ed imprecare, quando una donna muore tra le sue braccia.
La stretta attorno al suo polso si fa più stretta, John guarda lo sconosciuto e si sente morire dentro.
“Non è colpa tua.” Legge nei suoi occhi, mentre il vento lo mormora alle sue orecchie, con la sua voce.

“Mary ha trovato un lavoro in un ambulatorio. Ora che la mia spalla è tornata normale, non c’è più bisogno che stia in casa con me.”
“Questo la rende felice, John?”
“Molto. Penso che le farà bene, non stare a casa con me ventiquattro ore su ventiquattro. Sa, non sono un coinquilino facile.”
Ride appena, ma il sorriso sul suo viso non trasmette la sincerità che vorrebbe. Si rigira i pollici in continuazione, la testa che ciondola ogni tanto da parte a parte e gli occhi che cadono sull’orologio – perché un’ora è così dannatamente lunga?
“No?”
“Le ho fatto passare quasi un anno a sopportare le mie crisi. Come fa una persona a stare con un uomo come me, che una notte sì e una no si sveglia in preda al panico per colpa del suo ex lavoro? È snervante per me, figuriamoci per lei. Credo di aver visto la sua voglia di andare via, ma credo che mi ami troppo per farlo.” Si gratta la testa, e stavolta la risata raccoglie tutto il suo nervoso. “Oddio come suono spocchioso.”
“Non si preoccupi.”
John vede il volto della donna splendere, e capisce che esistono troppi tipi di sorrisi al mondo perché i suoi possano essere inclusi tra quelli più belli. I suoi sono sempre torbidi, pronti a nascondere qualunque cosa ci sia dentro il suo petto, tranne quando si tratta di esprimere il dolore, perché quello, anche se vorrebbe tenerlo per sé, riesce sempre a sputarlo tutto fuori.
“Comunque adesso sta andando meglio, no? Con lo Ximovan.”
“Sì, molto meglio.”
“Sogna ancora l’Afghanistan?”
“Sì.” Annuisce appena, e vede la faccia di Rosalie prendere una strana piega, in un’espressione che aleggia tra lo stupito e qualcosa che non riesce a definire, forse rassegnazione. “Ma non sono brutti sogni. C’è qualcuno che sta sempre con me, ora non so dirle se sia un soldato, perché non riesco a vederne il volto, ma è una presenza che a modo suo rincuora.”
Lei scrive nel suo taccuino, annuendo. “Forse è Mary?”
“Forse.”
Appunti su appunti, un sorriso che nasconde qualcosa di insignificante.

C’è il complesso residenziale, sull’orizzonte di Kandahar. Dalle finestre filtra la luce fredda delle lampade al neon, la città sullo sfondo che sembra un piccolo presepe. Alzando gli occhi, John vede una marea di stelle e solleva il dito, contandole una per una.
“Non dovresti restare concentrato sulla terra, invece che avere la testa per aria?”
John ride, voltandosi verso la voce, il cappotto nero che è sparito per lasciar spazio a una camicia viola, leggera. C’è qualcosa che non va, in questa persona.
“È una notte tranquilla, non succederà niente.”
“Come fai a saperlo?”
“Ci sei tu.”
L’uomo scuote la testa e sorride cinico, mentre avanza e gli si ferma affianco, le braccia poggiate alla parete della vedetta. “E avere me ti da questo tipo di certezze?” John non risponde, ma si volta e lo imita, incrociando una gamba dietro l’altra mentre guarda oltre il complesso residenziale.
“Chi sei?”
“Non hai risposto alla mia domanda.”
“Perché dovrei? Sai già la risposta.”
Il sorriso si allarga sul viso di entrambi. Quello si tira appena il labbro con le dita, prima di poter dire qualunque altra parola. Le stelle stanno sbiadendo, il cielo si sta colorando d’azzurro.
“Sherlock.” dice, e il suo respiro spazza via la sabbia, il complesso, la città, il cielo buio. C’è un tornello, davanti a loro, gente senza volto che passa al loro fianco senza degnarli della minima attenzione.
Sono a Baker Street, c’è scritto in fondo alla parete.
“Sherlock?”
“Cosa c’è che non va? È il mio nome, ti suona strano?”
“Un po’.” Risponde, sollevando le spalle e guardandosi attorno. “Un po’ come mi suona strano tutto questo.” Il suo dito gira a vuoto un paio di volte, e Sherlock si volta ad osservare, senza capire dove stia il problema.
“Guarda che questa è la tua testa.”
“Come?”
“È la tua testa. Tutto quello che c’è qua, esiste nella tua testa.”
Si fissano per qualche secondo, mentre la mano di entrambi scivola allo stesso tempo nella tasca – quand’è sbucato fuori di nuovo, quel maledetto cappotto? – per prendere la Oyster e poter uscire dalla metropolitana.
“Quindi tu non esisti?” chiede, di nuovo quella paura di vederlo sparire che rende la sua bocca amara. Sherlock si volta e lo guarda esasperato, spingendo sulla sbarra in ferro per uscire dalla metropolitana.
“Io sono nella tua testa.” esclama come se fosse la cosa più ovvia del mondo. “Quindi, esisto.”
John fissa la sua schiena come affascinato, per poi uscire finalmente dalla stazione e risalire le scale, l’odore di pane proveniente da Wenzel e il sole che picchia sulla fronte e lo stordisce di piacere.

Gioca con la scatola che ha tra le mani, il nastro dorato che brilla di luce riflessa. Gli piace la tonalità di blu della carta da regalo, perché somiglia tantissimo a quella delle iridi di Mary, e se lei se ne accorgerà è sicuro che il suo cuore si scioglierà, e lui sarà l’uomo più felice del mondo.
È seduto in una panchina sulla via, le labbra increspate a fischiettare filastrocche per bambini. Mary non sa che lui è lì, è quasi sicuro di farle una sorpresa gradita – quasi perché in verità lui non è mai sicuro al cento per cento di quello che fa.
Il Big Ben dall’altra parte del Tamigi scocca le sei. Sorride, stringendo tra le mani il pacchetto e smettendo di emettere qualunque rumore per poi alzarsi e voltarsi verso la porta d’ingresso dell’ambulatorio. Il sole di maggio è tiepido, sulle sue spalle.
Chiude gli occhi e se la immagina, china sulla scrivania a raccogliere le sue cose, magari mentre scambia due parole con un ipotetico George, o un’ipotetica Susan. Ride e sorvola sulle piccole cose, sul fatto che ogni giorno che passa lei invecchia e diventa sempre più bella – lei non penserebbe mai una cosa del genere, per lui invece è un pensiero che ricorre ogni volta che la guarda nel volto, ogni volta che le accarezza le guance, il collo, le spalle.
Il suo piccolo paradiso.
Quando sente il rumore della serratura che scatta nasconde le mani dietro la schiena e si mette sull’attenti, cercando di sfoderare il suo sorriso migliore. Mary esce che ha ancora una matita infilzata tra i capelli, le dita che portano una ciocca dietro l’orecchio. Quando alza il viso e lo vede, la sua bocca si apre in una piccola ‘o’ di sorpresa.
“John, cosa ci fai qui?” ride, andandogli incontro.
“Sorpresa!” e si china a baciarla, rinfrescando le sue labbra. Quando si tira indietro, le mani scivolano a pochi centimetri dalla pancia della ragazza, e il pacchetto blu si riflette nei suoi occhi sorpresi. “Buon… qualcosa a caso, scegli tu.”
“John sei…” ride, le mani che tremano mentre stringe il regalo, e poco dopo si solleva sulle punte dei mocassini, ad avvolgere il collo dell’uomo con le braccia e a farsi scuotere dalla risata più felice che John abbia sentito in tutta la sua vita. “Sei meraviglioso. Grazie.”
Lui la stringe e respira il suo profumo, sentendosi soddisfatto - ho fatto qualcosa di buono.
L’acquamarina incastonato nell’anello grida il nome di Sherlock.

Sherlock gli ha fatto conoscere casa sua, al 221b di Baker Street. “Quando hai bisogno, puoi venire qua. L’importante è che tu non mi dia noia, e andremo d’amore e d’accordo.”, gli ha detto l’ultima volta che lo ha visto, mentre apriva la porta d’ingresso e gli faceva cenno di accomodarsi.
Ultimamente John si sente sempre stanco. Quando apre gli occhi e si trova in mezzo al traffico umano di Londra si guarda disorientato e sente le palpebre farsi di piombo, i muscoli che non hanno intenzione di collaborare e gli impediscono di muovere anche solo un passo. Poi basta pensare solo al nome di Sherlock, e la strada si libera, indicandogli il percorso da seguire.
È una bella casa; ha il sapore di vittoriano, ma è resa così particolarmente moderna dagli strumenti che vede sul tavolo – microscopi, beute, becher, una centrifuga nascosta tra il vassoio della frutta e una pila di piatti da lavare.
Quando entra in casa – non ha nemmeno bisogno delle chiavi, perché per lui la porta è sempre aperta - la prima cosa che John nota è il suo bastone, poggiato su una poltrona. Non lo ha dimenticato lì, ne è sicuro. Probabilmente Sherlock ne ha solo uno uguale, eppure quando si guarda vede che le sue gambe non cedono più al dolore, e il suo passo è fermo e sicuro. Non ricorda nemmeno quando e perché sia successo, ma in fondo non può essere che un bene, abbandonare quel fastidioso supporto.
“Sherlock?” lo chiama, addentrandosi. Nota solo ora il buio che abbraccia la casa, e gli sembra di essere dentro una bolla, perché quell’ombra inghiotte il nome dell’uomo e lo fa vibrare nelle pareti. Avanza ancora, chiedendosi quand’è che quell’andito è sbucato fuori, perché è sicuro che l’altro giorno non ci fosse.
Vede la sagoma della poltrona dietro una luce calda che ondeggia, il fuoco di un camino. “Sherlock, sei lì?”
Fa ancora due passi, e poi la vista si annebbia, il suono di un’ambulanza riecheggia lontana nelle sue orecchie, un tiepido calore sulla guancia, “Passa una buona giornata”, dice una voce di donna. Il suo piede è affondato in una massa gelatinosa che lo sta risucchiando – non vuole andare, non ancora.
Si passa una mano sul viso, raccogliendo il sudore. Un sospiro e il piede risale, liberato dalla presa di quella cosa, la realtà che chiama, che lo rivuole indietro.
“John.” si sente chiamare, e di nuovo cammina, accelerando il passo.
C’è una goccia di sangue, sul pavimento, a cui ne segue un’altra, e un’altra ancora. Si allarma, sente un vuoto che si allarga nel suo petto, un macigno che gli si conficca all’altezza del cuore e gli impedisce di battere. “Sherlock?” lo chiama a voce alta, infastidendosi per il rimbombo ovattato della sua voce nei timpani. Quando finalmente riesce a vedere la testa piena di riccioli scuri, il volto colorato dalla fiamma del camino, le sue gambe non si muovono più. “Sherlock, cosa stai…?”
Lui si gira, in mano un cuore che batte e nell’altra mano un ago con un filo rosso. Fa un cenno rivolto al suo petto, e John china la testa e scopre che il vuoto che sente è reale. Vorrebbe toccarlo, ma ha paura di far passare la mano da parte a parte. “Cosa stai facendo?”
“È ovvio, John.” mormora, storcendo il naso per la banalità della sua domanda. “Ti ricucio il cuore.”

“Credo che lo Ximovan non stia più facendo effetto.” sospira, scuotendo la testa. “È da diverse notti che mi sveglio di soprassalto, ho la sensazione di aver corso per un sacco, e poi non riesco più a dormire. Credo di essere fortunato, perché mi succede sempre quando sta sorgendo il sole, quindi non perdo poi così tante ore di sonno. Però è snervante, a fine giornata non riesco più a fare niente, e mi sento sempre teso. Sì, credo che lo Ximonav non stia più funzionando.”
Si passa una mano sul collo, gli occhi che fissano interessati un punto a destra della parete bordeaux. Rosalie batte la penna sul blocco per qualche secondo, congiungendo le mani davanti al mento e annuendo. “In effetti, lo Ximovan è un farmaco consigliato per brevi periodi di trattamento, e lei lo sta già prendendo da…”
“Un mese e tre settimane.”
“Non vorrei farle prendere qualcosa di più forte.” Tamburella con l’indice sul dorso della mano, osservando attentamente il blocco delle ricette. “Proviamo con lo Starnoc. Due settimane, e poi vediamo come va.”
John osserva la penna che scivola sul foglio, sospirando rincuorato e leccandosi le labbra.
“’D’accordo, la ringrazio.”
“Se vede che c’è qualcosa che non va, la prego di chiamarmi immediatamente.”
“Lo farò senz’altro.”
Non lo farebbe mai.

“E questa?”
Mary si rigira la scatola tra le mani, l’anello che John le ha regalato che le brilla all’anulare sinistro. John le si siede affianco, stirando gambe e braccia verso il caminetto. “Mi hanno cambiato farmaco perché l’altro non andava più bene. Questo pare sia migliore, così…”
“Speriamo, John.” gli sorride lei, stringendo le gambe al petto e guardandolo. John le si china sul viso, dandole un bacio a fior di labbra. “Io vorrei davvero che tu…”
“Starò bene, Mary.” Bacio sulla fronte. “Te lo prometto.”

Il peso di Sherlock preme contro il petto, il respiro che si mischia al suo mentre nessuno dei due osa dire una parola. John non ricorda nemmeno come siano arrivati a questo punto, a Sherlock che lo inchioda al muro e lo morde sul collo, succhiando forte per lasciare lividi che domani non ci saranno più. C’è una gamba che si muove tra le sue, fregando contro il cavallo dei pantaloni. Gli piace, sente i brividi muovergli la pelle, la spina dorsale che vibra di un piacere diverso.
Non capisce cosa stia succedendo, quando la lingua di Sherlock scivola nella sua bocca e i denti sfregano, e la gola inghiotte la sua aria e i gemiti sconnessi. Ci sono le mani dell’altro che lo stringono sotto il maglione, le sue dita che invece affondano volontariamente in quel mare di riccioli, mentre la bocca si apre per accoglierlo meglio, per lasciare scivolare il suo sapore fino al cuore – se lo immagina lì, a battere con la sua toppa e i due punti di filo rosso per non farlo sanguinare più.
C’è il banale sottofondo della pioggia, Londra che vomita lacrime sui suoi tetti, Sherlock che lo chiama ripetutamente, denudandogli il petto, sfiorandolo con le dita rese ruvide dai suoi mille esperimenti. È tutto così diverso, rispetto a quello a cui abituato. Di solito è lui a toccare, di solito lui va piano, aspetta, esplora con calma, lascia che le sue mani si abituino a toccare il corpo di un’altra persona. Sherlock invece è un animale. Lo morde, lecca le sue labbra, il collo, il petto. Mentre la bocca scivola il suo corpo non sta fermo, ventri che strusciano l’uno contro l’altro, la stoffa dei jeans che sfrega e sottolinea che lui è lì, a sovrastarlo con la sua altezza, con la sua perfezione. Sherlock lo divora, lo fa suo senza chiedergli il permesso, noncurante del suo corpo che sfrega contro il muro, la cicatrice alla spalla che irradia piacere anziché dolore.
Sherlock la lecca, ed è come ricevere una benedizione.
John si sforza per non chiudere gli occhi, mentre i brividi gli scuotono lo stomaco e poi salgono al cuore per farlo correre e pompare sangue finché non avrà forze nemmeno per parlare. Vuole vedere il suo viso, le sue mani, il suo corpo muoversi su di lui, desiderarlo, invocarlo silenziosamente. John gli prende il viso e lo obbliga a tenersi sulla sua altezza, baciandolo con così tanto trasporto che per un attimo perde l’equilibrio, gemendo forte per la pressione contro la gamba dell’altro.
Intorno a loro l’aria è umida, calda. C’è qualcosa che sfrigola nel suo petto, una sensazione che non ha mai avuto tra le mani, e che adesso cerca di stringere per non farla scappare, mentre la bocca di Sherlock diventa la sua bocca, la confusione delle loro lingue dentro di lui che gli rivolta il cervello e lo stordisce.
“Ti voglio.”, voce calda che gli vibra nelle orecchie, scariche che scivolano tra le sue gambe, mentre la biancheria stringe, e i pantaloni scivolano alle ginocchia senza che lui se ne renda conto. Lo guarda, e Sherlock adesso è nudo, e di quando si sia spogliato lui non ne ha la minima idea. Non gli importa. Stringe le braccia attorno al suo corpo, i fremiti che lo guidano mentre l’altro gli alza le gambe e le tiene ben strette attorno alla vita – è come se tutto il peso fosse evaporato, risucchiato dal calore del corpo di Sherlock. Lo sente entrare in lui, piano. Il dolore che sente è acuto, lo obbliga a premere i denti contro il labbro. Socchiude gli occhi e vede che non è il suo che sta mordendo, ma quello di Sherlock – quello di Sherlock che sanguina appena, lo bagna e riempie la sua bocca di ferro.
La schiena raschia contro il muro mentre le spinte accelerano, dolore che sfuma appena smette di pensare. Il rumore umido delle loro bocche e dei loro corpi che si scontrano muove le sue viscere e fa vibrare i suoi timpani, sensazioni che si accumulano e accumulano, e desiderano solo esplodere. Entrambi annaspano, gemono, incapaci di sincronizzarsi, e la concentrazione è alta il tanto giusto per permettere a entrambi di baciarsi senza farsi del male. John sente le unghie di Sherlock affondare nelle sue cosce mentre gli sprofonda dentro con ansiti lunghi, profondi; la sua voce è così bella che la registrerebbe e l’ascolterebbe all’infinito, se potesse farlo. La sua erezione sfrega sulla pancia, contro la linea appena accennata degli addominali. Si perde nel contrasto della loro pelle, Sherlock che sembra bianco e intoccabile.
La vista si sta annebbiando, mentre la sua bocca semiaperta libera gemiti brevi e sempre più veloci, caldi – nulla che avesse mai sentito prima; è tutta una novità, una sorpresa, un nuovo modo di vedere le cose. Lo stringe più forte e geme alto, quando la schiena si china appena e per un attimo ha paura di cadere. Ma Sherlock lo tiene stretto, se lo avvicina più che può, e quando John sta per venire lui lo bacia ancora, avido della sua voce, avido del suo piacere.
John vuole tutto, di lui. Sente che per Sherlock è lo stesso. Quando si svuota sulla sua pancia, il piacere pulsa in ogni fibra del suo corpo, la tensione che piano si scoglie e diventa un fremito leggero. Si lascia andare sulla sua spalla, e poi due, tre colpi, e finalmente si sente invaso dal calore dell’altro, piacere che si somma a piacere, che vorrebbe portarsi dappertutto.
Prima o poi impazzirà, lo sa.
Resta così, abbracciato al suo corpo con le braccia e le gambe, e Sherlock lo porta sul divano a riprendere fiato. Lui non lo abbandona.
Sente un senso di vuoto mangiarlo improvvisamente, parole fuori contesto che rimbombano nella sua mente, che non lo lasciano in pace. “Non voglio andare.” mormora sulla sua spalla, la voce ancora provata dal sesso, dall’orgasmo, dalla sua bellezza. Sherlock lo obbliga ad alzare il viso, lo penetra coi suoi occhi, quell’acquamarina che John ha messo al dito di un’altra persona solo per avere un alito della sua presenza. “Non voglio andare dove tu non esisti.”
Un’ondata di calore prende possesso del suo viso, la fronte di Sherlock che preme forte contro la sua e scotta come se avesse la febbre. “Smettila.” Gli ordina, le mani dietro le orecchie, gli occhi stretti che lo fissano, caldi, freddi, non lo capisce più. “Io esisto.” Dice, premendo forte le dita sulla sua testa, e John per un momento ha paura che gliela voglia spaccare. “Io esisto, io sono qui.”
Vorrebbe solo sciogliersi e diventare parte di lui.

L’odore della sua pelle è così buono che starebbe lì a respirarlo per tutta la vita. Fuori dalle finestre, Baker
Street è illuminata a giorno dai lampioni, la luce tenue che illumina e scalda la stanza. John si ritrova a giocare con quei pochi peli che Sherlock si ritrova sul petto, mentre lo sguardo scivola sul suo corpo rilassato.
“Tu… cosa fai di solito, quando non ci sono?” gli chiede sottovoce, inquietato dal rischio di poter rompere quel velo di tranquillità che si è poggiato sulle loro pelli.
“Perché ti interessa?”
Sherlock sbuffa sopra la sua testa, una mano che affonda nei capelli biondi. “Voglio sapere qualcosa in più di te.”
“A quale scopo?”
“Voglio capire.” Prende un respiro e si gira a pancia in giù, i gomiti puntellati sul materasso e lo sguardo basso sul suo collo perfetto. “Voglio capire perché sono qui con te.” Chiude gli occhi per un istante, sentendo l’aria che cambia attorno a lui.
Sherlock sospira, la metropolitana che parte a un palmo dai loro nasi mentre lo tiene per il polso, evitandogli di cadere sui binari. Osserva il suo volto appena scosso, ghigna soddisfatto e poi lo obbliga a fare qualche passo indietro – John sente il cuore di entrambi battergli forte nelle orecchie, e non capisce perché.
“Sei tu, che sei venuto a cercarmi, John. Io non ho fatto niente. Tu mi hai trovato perché hai bisogno di me.”
Lo scenario cambia ancora, e adesso sono in una via che John non riconosce; nessun cartello affisso al muro, nessuna indicazione stradale, solo macchine che suonano il clacson e bambini sui marciapiedi che piangono e strillano forte. John gira su se stesso cercando di capire dove si trovi, Sherlock che non è più al suo fianco. Quando si ferma lo ritrova lì, dall’altra parte della strada.
“Ti stai perdendo.”

Quando sente la mano di Mary sulla spalla, John si muove appena tra le coperte, voltandosi verso la sua fonte naturale di calore. Apre piano gli occhi, aspettandosi di vederla ancora disfatta nel letto, ma quando la trova già vestita, con addosso la solita stanchezza di quando torna a casa da lavoro scatta seduto, guardandola stranito.
“John stai bene?” chiede lei con la preoccupazione nella voce, una vena appena ingrossata sul collo. Non capisce la natura della domanda, perché lui sta benissimo; gli sembra di aver dormito per ore e si sente come nuovo – è Mary a sembrare distrutta.
“Sì, tesoro, ma tu-“
“John, sei sicuro di star bene?” ripete, e per un istante John si sente infastidito dalla sua insistenza, perché non capisce assolutamente per quale motivo lo stia fissando come un malato. Lui apre la bocca per rispondere, ma poi pian piano i suoi neuroni si riattivano, e la sua testa si volta verso la finestra, il cielo colorato di arancio, Mary vestita che lo guarda stanco – e si blocca.
“Sono le sei e mezza, John.”
Lui non riesce più a parlare, il viso che affonda nelle mani e un sospiro che assorbe le sue energie.

Il suo cellulare vibra con insistenza sul comodino, obbligandolo a rotolarsi il cuscino attorno alla testa e a dare le spalle alla finestra. È mercoledì, o forse giovedì, non è certo. Sono passati cinque, o sei, o sette giorni da quando ha cambiato sonnifero, chi se ne importa, ormai il resto non ha più alcuna rilevanza.

Lo sorprende l’alone cupo che avvolge la camera, quando riapre gli occhi e osserva fuori dalla finestra sbadigliando pigramente.
Il cielo è carico di nuvole.
Si rivolta nel letto, stirando le gambe finché non sente i muscoli riempirsi di piccoli brividi, il sangue che riprende a scorrere velocemente. La parte di letto affianco a lui è vuota, e ha la sensazione che non sia normale; eppure si sente stranamente tranquillo. Le nuvole che coprono il cielo non gli fanno capire se sia giorno o notte, e la sveglia sul comodino deve essersi rotta, perché non segna più le ore, illuminando i led a caso – forse si sono fulminati, di notte deve aver piovuto.
C’è una goccia sul vetro che scivola e lascia una scia colorata, sembra marmellata. Vorrebbe alzarsi e toccarla, assaggiarla, ma la stanchezza lo attanaglia al letto, gli sussurra parole suadenti all’orecchio per non lasciarlo andare. Lui cede; in fondo, non ha nulla da fare.
Porta un braccio sugli occhi, sospirando. Si sente strano, ha lo stomaco sottosopra; deve essere colpa del nuovo farmaco – com’è che si chiama? Forse dovrebbe alzarsi e prendere qualcosa, forse dovrebbe stare lì tutto il giorno e aspettare che qualcuno torni a casa, così può farsi aiutare. Mastica aria a vuoto, il torpore che va via per lasciar spazio a un vago senso di inquietudine. Decide a priori che non può restare tutto il giorno tra le coperte, lo ha già fatto troppo a lungo, ed è stanco di far preoccupare se stesso.
Poggia i piedi sul pavimento; il riscaldamento deve essere acceso, perché tutto intorno è caldo.
Guarda la finestra, la goccia che si è fermata sul legno bianco: si avvicina e la tocca con un dito, annusandola prima di leccare via tutto, il sapore di mirtilli e ferro che si mischia nella sua bocca. Alza le spalle senza capire, e poi via, verso il bagno a lavarsi la faccia.
Sta bene, dopotutto. Può ignorare lo stomaco, può ignorare la testa che sta cominciando a far male per colpa del freddo; ci deve essere un problema al riscaldamento, perché non è possibile che si tremi quando nel resto della casa c’è una temperatura così piacevole.
Sospira, asciugandosi la faccia. Ha un po’ di barba incolta, i peli pungono sul palmo della mano. Magari dopo si rade, così occupa un po’ di tempo. Ride di se stesso allo specchio, chiamandosi barbone.
Esce dal bagno a passi lenti, stirando le braccia sopra la sua testa mentre si dirige verso la cucina. Pensa alla goccia che scivola sul vetro, pensa al suo sapore insolito, pensa che non sogna più l’Afghanistan, niente bombe, niente morti, non ha più bisogno di niente per andare avanti.
Pensa che davanti ai suoi occhi, mentre entra in cucina, ci sia la cosa più strana e spaventosa che abbia mai visto.
“John.” sente in fondo alla stanza, oltre i divani. Lui strizza appena gli occhi, perché la sensazione di inquietudine macina nel suo stomaco e si diffonde, e ha come l’impressione che ci sia qualcosa che non va, in quella stanza. Avanza insicuro, stringendosi la vestaglia in vita e sollevando il viso; forse ha solo sentito male. Con la coda dell’occhio, vede ancora per terra quella strana sostanza che prima scivolava sul vetro della finestra.
Che cosa diavolo è?
Quando vede spuntare una montagna di riccioli scuri da dietro il divano, John sente il sangue gelarsi nelle vene. C’è qualcosa che non va, c’è qualche fottuta cosa che non va.
“Sh… Sherlock…” Lui non dovrebbe essere lì. Semplicemente, Sherlock non dovrebbe essere lì, inginocchiato sul tappeto a tenere tra le braccia un - “Oddio. Chi… cosa sta succedendo…”
Si porta le mani ai capelli, sentendo la testa pulsare. Non avrebbe mai pensato di vedere qualcuno ancora più pallido di Sherlock, non avrebbe mai pensato di ritrovarsi, oddio – ne aveva visti tanti nella sua vita ma davvero – un cadavere sul pavimento di casa sua.
“Mary Morstan, trentadue anni. Hai idea di chi sia?”
“N-no, non lo so ma – Sherlock, cosa ci fai qui?”
Lui ignora la domanda, continuando ad esaminare il corpo. “Non capisco. Non ci sono segni di violenza, la porta era chiusa dall’interno. Ci sono tracce di… sangue, credo, sembra mischiata a marmellata di mirtilli, non ne capisco il senso.”
John si gratta la testa con forza, mentre i suoi occhi schizzano tra Sherlock e quella donna bionda, il cuore che batte così forte da rendere le pulsazioni indistinte al tatto, all’udito. Fa un passo indietro, guardandosi attorno e sentendo il panico stringerlo per la gola. Sherlock è in casa sua, Sherlock che non esiste è in casa sua e ha tra le braccia una donna morta, Mary, Mary, perché gli ricorda qualcosa ma non riesce a capire cosa?
“Cazzo.” sibila tra i denti, e la vista si distorce. Sente una voce che lo chiama, ha il timbro dolce, femminile, e lui non capisce. Perché Sherlock è lì? “Sherlock per l’amor del Cielo, cosa ci fai qui?” dice, alzando la voce, le mani che continuano a stringere le tempie, come se avesse paura di vedere il suo cervello esplodere da un momento all’altro.
È tutto sbagliato. Quella donna lo sta chiamando a sé, più la osserva e più il suo viso si delinea nella sua mente, ma rimane sempre così vago, come se appartenesse a un fantasma, come se fosse una cosa poco importante. La fissa, lascia che i suoi occhi scivolino alle braccia affusolate, alle mani aperte, bianche, ossee.
C’è un anello all’anulare sinistro – un’acquamarina, una promessa di matrimonio, un semplice legame affettivo, qualcosa solido, qualcosa di serio, qualcosa, qualunque cosa per riuscire a capire che diavolo sta succedendo.
“John, calmati. Stai andando in iperventilazione.”
“Cosa sta succedendo? Perché sei qui?! Non dovresti essere qui, non dovresti essere qui!” ripete, alzando la voce, le gambe che tremano, il respiro inesistente. Sherlock sbuffa, lasciando sul pavimento la donna – è bionda, gli occhi socchiusi mostrano le iridi azzurre, fredde, bellissime, si chiama Mary, Mary lo sta chiamando, Mary invoca il suo nome dentro la sua testa e John non sa perché. L’uomo gli si avvicina, afferrandogli i polsi e allontanando le mani dalla testa, lo sguardo fisso sui suoi occhi umidi.
“È la tua testa, John. Calmati, è solo la tua testa.”
John spalanca gli occhi, il terrore gli sbianca i capelli. L’anello alla mano di Mary urla il suo nome.

Apre gli occhi di colpo, come se volesse farli schizzare fuori dalle orbite. Il cuore gli batte in ogni parte del corpo con violenza nel tentativo di dilaniarlo, di distruggerlo. Le mani che tremano corrono al collo – deve calmarsi, deve assolutamente cercare di calmarsi, se non vuole davvero rimanerci secco. Si obbliga a rallentare il ritmo dei suoi respiri, gli occhi che schizzano da una parte all’altra della stanza alla ricerca di particolari che lo ancorino di nuovo alla realtà. La sua vestaglia è ancora sulla poltrona, le scarpe sono vicino alla porta, è tutto come lo ha lasciato ieri.
Scatta in piedi, lasciando perdere il suo cuore, i suoi polmoni. Il pavimento è gelato, e il freddo risale il suo corpo, bloccandosi sul ventre. Non ci fa caso, non fa caso allo stomaco che si agita mentre i suoi occhi corrono alla finestra, ad esaminarne ogni angolo con scrupolo. Fuori piove, il cielo è grigio piombo.
Sulla finestra, nessuna goccia di sangue, niente di niente. Il vetro è pulito, immacolato come lo ricordava.
Corre in cucina, il cervello che non riesce a pensare più a niente; si lancia verso il divano, inciampando sul tappeto, impedendosi in tutti i modi di cadere. “Mary!” chiama ad alta voce, ma nessuno risponde. Oltre il divano lei non c’è. Guarda in tutte le stanze, continuando ad invocarla – non è morta, non può essere morta, era solo un sogno, un sogno stupido.
Un sogno così fottutamente reale.
Quando ritorna in cucina, non fa altro che prendere tra le mani il telefono e digitare il suo numero tremando, preso dal panico. Ascolta il suono sordo dello squillo nella cornetta, il cuore che ancora fa rumore dentro il suo petto.
Clic.
“Pronto?”
Non riesce a dire una parola. È la sua voce, la sua voce bellissima – come ha potuto dimenticarsi di lei, come ha fatto anche solo per un istante a scordarsi il suo nome, il suo viso, tutto? Si piega per terra, stringendo forte il telefono come a volerlo rompere. “Pronto? John, sei tu?”
Prova ad aprire la bocca, ma quando avverte un singhiozzo scuotere la sua gola subito stringe forte le labbra tra i denti, scuotendo la testa. “John?”
Chiude la chiamata, lasciando scivolare la cornetta a terra, il corpo scosso dai brividi.
Quando Mary torna a casa, mezz’ora più tardi, lo ritrova riverso sul water, a vomitare acido e mostri.

Tra le mani hanno entrambi una tazza di tè fumante, John che si rispecchia dentro e vede i suoi occhi spenti vibrare nel liquido arancio. Non è riuscito a dire una parola durante tutto il pomeriggio, nonostante Mary gli abbia chiesto più volte cosa sia successo, perché sia così sconvolto. Lui si è limitato ogni volta a scuotere la testa, lasciando alla donna l’ingrato compito di stringerlo e dirgli che non deve preoccuparsi di nulla.
Si sta perdendo.
Ci sono cose che non può capire nemmeno essendo medico, cose che per quanto cerchi di guardare con attenzione non riuscirà mai né ad interpretare, né a codificare. A quello ci pensa sempre qualcun altro, nei suoi sogni, nei suoi pensieri.
Sherlock non esiste, e lui si sente perduto. Mary è lì che lo fissa, e John riesce a leggere i suoi pensieri nelle iridi chiare per il semplice motivo che anche lei si sta ponendo la stessa domanda da tutta la sera.
Cosa devo fare?
È come se avesse perso il filo della sua vita, continuando a correre verso una strada senza uscita. A volte pensa che la cosa più giusta da fare sia chiamare la dottoressa, sedersi davanti a quella dannata scrivania e parlare, parlare, e far uscire i rospi dalla sua bocca e sconvolgere il suo piccolo mondo – “Sa, sogno sempre la stessa persona che mi dice che ho confusione in testa, e poi fa l’amore con me. Sogno che entra in casa mia e che la mia ragazza è morta, e io non ricordo nemmeno chi sia. A volte vorrei sognare di non esistere, sarebbe meglio per un sacco di persone, a cominciare da me.”
Ma non ci riesce. Ogni volta che prova guarda il cellulare col terrore negli occhi, e poi via, una pillola, in fondo può dormire ancora un po’.
Solleva lo sguardo, vedendo Mary perdersi come lui; è come se stiano prendendo strade diverse, perché lui ha corso troppo, e lei è rimasta indietro e non riesce a raggiungerlo, e quindi tanto vale cambiare strada.
“John.” mormora Mary sottovoce, il rumore debole della ceramica contro il pavimento che quasi la sovrasta. Solleva appena la testa e lo guarda, sforzandosi di avere contegno e richiamando a sé tutta la pazienza e la forza per cui John l’ha amata fin dalla prima volta che l’ha vista, in quel finto ospedale in mezzo all’Afghanistan.
Lui annuisce, passandosi le mani sul viso. La sta ascoltando, ma vorrebbe scappare a letto.
“Io vorrei solo… capire cosa sta succedendo.” John vorrebbe che smettesse di parlare, perché il tono della sua voce è così basso e privo di qualsiasi emozione che per lui è come un coltello conficcato nello stomaco. “Ci ho provato a capirlo da sola, perché se non ne vuoi parlare è chiaro che ci sia un motivo, ma non ci riesco. È come se avessi davanti un muro, e io non voglio che tu sia un muro, per me.”
Gli si avvicina appena, cercando le sue mani. John trema, e poi apre la bocca e sibila uno scusa, vedendo gli occhi di lei farsi umidi. “Mi dispiace.”
“Fatti aiutare. John, ti prego, Dio solo sa quanto vorrei entrare nella tua testa e togliere tutta l’immondezza che c’è dentro. Ma se non me lo permetti non posso farlo, quindi per favore, fatti aiutare.”
Si china appena, la schiena curva e gli occhi stretti per non piangere. John si sente un idiota, ma non parla, perché non saprebbe cosa dire. Si limita a sollevare una mano, a poggiarla sulla testa della donna per portarsela al petto, a stringerla forte e baciarle i capelli, a trattenersi per non tremare. Vorrebbe essere altrove, e in quel momento vorrebbe portare Mary con sé, per non farla piangere più.
“Ti amo.” Sussurra lei nel suo petto, il viso che si solleva per cercare il suo sguardo. “Non lasciarmi indietro, John, non lasciarmi indietro.”
E poi via, a piangere come una bambina per la tensione accumulata in giorni che ha smesso di contare da tempo. John la stringe più forte a sé, con addosso la paura di vederla sparire all’improvviso – magari anche quello è solo un sogno, forse è tutto quando uno stupido sogno, e chissà, magari è ancora nel letto in Afghanistan, e tutto quanto è solo una lunga, lunghissima presa per il culo. L’unica cosa a convincerlo del contrario è la voce di Mary che sale in un grido acuto, dolore che si concentra sulle dita avvolte attorno al suo maglione.
“Non piangere…” sussurra, e la sua voce è bassa e rauca, intrisa di un dolore di cui è stanco.
Vorrebbe che andasse tutto bene.
“Non piangere, sono qui, non ti lascio…” e si chiede perché sia lui a dire una cosa del genere, quando sa bene che non sarebbe mai capace di abbandonarla, perché per quando abbia dimenticato il suo viso nei suoi sogni, per quanto non l’abbia riconosciuta, John la ama da morire, e quell’amore gli sta stracciando il cuore.
Perché c’è qualcuno che non esiste che vuole la sua parte.
“Io sono stanca di vederti così”, grida sul suo petto, la voce strozzata dai gemiti, il dolore che sgorga dagli occhi sottoforma di lacrime. “sono così stanca, John.”
“Lo so, Mary.”
Scuote la testa, guardando il soffitto. Vorrebbe chiedere a Sherlock di salvarlo anche da questo.
… la sua vita è piena da troppi vorrebbe.
“Smettila” mormora lei sulla sua spalla, fregando gli occhi per mandar via le lacrime. “Smettila di prendere quella roba, ti prego.”
I suoi occhi si chiudono, dietro le palpebre Sherlock china la testa e sorride.
Non le risponde, sa che non può farlo. Non è capace di prometterle niente del genere, perché è convinto che senza le pastiglie non avrà mai il ritaglio di pace che solo quell’uomo riesce a dargli. John non può dire di no allo Starnoc, perché ha bisogno di Sherlock per tirare avanti.
“Mary…” mormora, allontanandola appena per guardarla negli occhi.
“Starò sveglia con te, non andrò più a dormire nel divano, starò con te se avrai gli incubi, ti aiuterò, farò tutto quello che vuoi, ma quella roba ti sta ammazzando, John, ti prego, non prenderla più.”
La gola si fa secca, sente la paura abbracciarlo da dietro. Mary lo guarda con gli occhi ricolmi di speranza, e lui si sente un mostro, il peso della coscienza che preme sulla pancia. Sospira, stringendole le spalle.
Rischiare di non incontrare più Sherlock per la felicità di Mary. “D’accordo, ci proverò.” Replica abbozzando un sorriso.
In fondo, la sua felicità non esiste più da un pezzo.

Mary gli accarezza un braccio, sotto le lenzuola. John sente la testa leggera, e il suo corpo è pervaso da una sensazione di calma che avverte dopo ogni volta che fanno l’amore. È da tanto che non dedica un po’ di tempo alla loro coppia, perché ogni volta che Mary torna a casa da lavoro, lui è sempre in uno stato intermedio tra il vigile e il comatoso che non lo porta da nessuna parte. Adesso è sul letto, la coperta tirata in su fino a coprirgli gli addominali, che respira piano, sorride, fa finta di sentirsi bene.
Non ha sonno.
Mary si allunga sulla sua fronte e la bacia leggera, prima di scendere giù a dedicarsi alle sue labbra; sono rovinate, graffiano appena, come i baffi che rispuntano, che sfregano contro la pelle di lei. Ogni suo tocco comunica un’unica cosa, frase che lei si ripete costantemente nella testa, come un mantra.
Resta con me.
“Chiudi gli occhi.” gli dice con un sospiro, due dita che scivolano sulle palpebre di lui e le abbassano, piano – a John il gesto ricorda spaventosamente la morte di troppe persone, e il cuore salta un battito tanto per dargli fastidio. Sospira, abbozzando un sorriso storto. Spera solo una cosa, in quel momento.
“Se non riesci a dormire, svegliami.” sussurra Mary, abbandonando i suoi occhi per sistemarsi meglio sotto le coperte; sente il fruscio del cotone sulla sua pelle morbida, riesce quasi ad immaginarsela nei suoi movimenti, il braccio sotto il cuscino, l’altro che scivola lungo il fianco.
Non ha assolutamente sonno.
“Buonanotte.” Mormora, cercando le labbra di lei ad occhi chiusi, prima di spegnere la luce. Improvvisamente il buio pesa sul suo petto come un macigno, ma lui resta immobile, contando i respiri. Vuole che Mary dorma, che non si preoccupi di nulla, che si convinca che presto andrà tutto bene e non avrà più bisogno di niente per stare meglio. Almeno una persona, lì dentro, deve conservarsi sana.
Lui sa di non potercela fare.
C’è quella strana sensazione che formicola nel suo corpo, quando pensa a lasciarsi andare all’effetto dello Starnoc; quella voglia assurda di riaprire gli occhi a Baker Street, sorridere al traffico, ed entrare al 221B – che cosa ridicola, nemmeno esiste una casa al 221B di Baker Street. Ha solo voglia, dormendo, di vedere Sherlock, da parlarci, di sentire il suo corpo con le mani.
Se non l’avesse mai visto – non vuole pensare di averlo solo sognato, è una parola che gli fa male, che gli strizza il cuore con forza, come se volesse farlo esplodere – forse adesso cercherebbe riparo solo tra le braccia di Mary, e il conforto nelle parole della sua psicoterapeuta.
Ma Sherlock è diverso. Sherlock non è una persona, Sherlock è qualcosa di indefinibile. È venuto apposta per lui, per spegnere l’Afghanistan con un secchio d’acqua gelida – e chi altri avrebbe potuto fare una cosa del genere? Ride piano, la mano sulla bocca per non fare troppo rumore.
Apre gli occhi, fissando il soffitto, e tutto scivola via dalla sua testa, i pensieri risucchiati in fondo al petto.
Sherlock non c’è.
Mary affianco a lui dorme, e adesso ha le braccia piegate, le mani strette sotto il mento. Il suo respiro produce un rumore leggero, un fischio che non disturba il silenzio; a lui invece sembra così fastidioso.
Scosta le coperte in silenzio, mettendosi in piedi e guardando fuori dalla finestra, una fetta del London Eye che appare luminosa oltre le palazzine. Poggia la fronte sul vetro e socchiude gli occhi; è fresco, gli da sollievo.
Lui vorrebbe davvero dormire.
Sospira, dirigendosi verso la cucina, facendo attenzione a non fare rumore mentre chiude la porta della camera alle sue spalle. Nel camino c’è ancora della brace, una scintilla rossa in mezzo al buio della stanza. Si china pigramente, prendendo in mano un tronco e spingendolo contro il camino, incanalando poi il respiro nel tubo di ferro.
È una fiammella debole, ma non importa. Avvicina il divano e ci si siede sopra, allungando le mani verso il fuocherello per scaldarsi. Non ha idea di che ore siano, non sa quanto tempo sia passato da quando Mary si è addormentata – non sa da quanto tempo non chiude gli occhi e non vede lui, e non sente quella sensazione piacevole nello stomaco; adesso c’è solo un mattone che lo spinge verso il basso, e che lui non cerca neanche di contrastare.
Il Big Ben suona, ma lui non conta i rintocchi.

Quando Mary lo saluta, il mattino dopo, lui salta sul divano, guardandosi attorno con aria confusa. Lei sorride, chinandosi sulla sua fronte e baciandola, prima di scompigliargli i capelli come se fosse un bambino.
“A cosa pensavi? Sembravi così concentrato.”
John schiarisce la voce, la bocca impastata, un sapore orrendo che gli invade il palato. “Devo essermi incantato, in verità.”, ride, passandosi le mani sul viso e sbadigliando sonoramente. “Buongiorno.”
“Buongiorno. Hai già mangiato?”
“No, aspettavo ti svegliassi…”
Si alza piano, le gambe molli sopra il pavimento. Stringe il bastone e la segue in cucina, facendo schioccare le ossa delle spalle, un altro sbadiglio che per qualche istante gli impedisce di sentire le parole della sua ragazza. Quando le chiede di ripetere, lei si limita a sollevare due barattoli di marmellata per fargli scegliere quale mettere sulle fette biscottate. Lui sorride, e alza il dito verso quella di fragole e ignorando categoricamente quella di mirtilli. Si siede a tavola, guardando Mary apparecchiare e portare la colazione, la voce cristallina e rilassata che gli racconta dei pazienti strambi, dei vecchi un po’ maniaci che ogni tanto piombano in ambulatorio e chiedono alla reception il suo numero di telefono.
“Aah, ci sono dei buoni intenditori in giro.” Dice, sorseggiando il tè. Lei gli da una pacca sulla spalla, gonfiando una risata ironica.
“Non hai idea di quanto sia imbarazzante.”
“Posso immaginarlo, ma non imbarazzarti, sentiti lusingata piuttosto.”
Ridono, poi lui si specchia nel tè, e le occhiaie parlano da sole. Stringe forte gli occhi, cercando di accantonare qualsiasi pensiero; deve resistere almeno finché Mary non va a lavoro, mezz’ora, solo mezz’ora.
“Tu hai dormito?”
“Un po’.” annuisce, leccandosi le labbra. “Poi è passata un’ambulanza e non sono più riuscito a prendere sonno. Spero di non averti svegliata.”
Lei scuote la testa, continuando a fare colazione. “Come ti senti?”
“Bene, bene.” Si gratta la testa, un sorriso stanco sul volto. “Un po’ fiacco, ma insomma, va bene comunque.”
Mary sorride, e lui la sente immensamente distante.
Quando più tardi la saluta sulla porta, prima che vada a lavoro, la stringe forte sul petto, respirando l’odore buono della sua pelle. Non vuole che esca, vuole che rimanga a casa con lui, che gli dia la forza di sopportare il peso che lo sta schiacciando.
“A stasera.” Le dice, accarezzando l’orecchio col naso, prima di lasciare un bacio sullo zigomo, sulla fronte, sulle labbra. Lei ricambia, sorride e sparisce dietro la porta, il tonfo sordo che rimbomba dentro il suo petto vuoto.
Si volta di scatto, dopo aver chiuso la porta a chiave, la catena che ancora sbatte contro il legno. Abbandona il bastone in terra e corre in camera da letto, aprendo gli armadi e buttando via ogni cosa che le sue mani toccano – scarpe, pantaloni, i suoi maglioni, gli abiti a fiori di lei. Gli occhi schizzano da parte a parte, il fiato corto e la gola che fa male mentre ingoia a vuoto. Sente il cuore esplodergli nel petto ad ogni battito, il nome di Sherlock che rimbomba nella sua testa ripetutamente mentre le mani tremano.
Trova una scatola bianca e la apre, pregando sottovoce che dentro ci siano le sue pastiglie – in fondo non vuole fare nulla di male, vuole solo dormire, solo parlargli solo, vomitargli addosso tutto quello che sente, il bisogno di stringergli forte le spalle fino a fargliele sanguinare, di piegarsi alle sue ginocchia ed implorargli di salvarlo.
Ma niente, ci sono solo dei collant appallottolati, e qualche spilla che preme contro la parete bianca.
Si morde il labbro, sentendosi improvvisamente più stanco. Fa due passi incerti verso il letto, aprendo il cassetto della sua ragazza e trovandoci soltanto un orologio, qualche preservativo, degli slip rosa.
“Cazzo…” sibila a denti stretti, lasciandosi cadere sul letto mentre guarda al soffitto. Quando china la testa, i palmi delle mani premono forte sui suoi occhi per non far uscire lacrime di nervoso, mentre il respiro si fa sconnesso col passare dei minuti; poi si gratta la testa con forza, accartocciandosi su se stesso come un pezzo di carta al fuoco.
Le pareti si riempiono della sua disperazione.
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