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[Sherlock BBC] You have my heart, so don’t hurt me for what I couldn’t find

You have my heart, so don’t hurt me for what I couldn’t find

Se gli chiedessero qual è il primo ricordo doloroso che gli viene in mente, lui direbbe sicuramente quello che gli sta martellando adesso nella spalla sinistra. C’è un sacco di confusione nella sua testa, un misto di sabbia che vola e gente che corre acquattata, che urla di stare bassi, di coprire le spalle ad altri; c’è una voce familiare che lo chiama per nome, può sentire quasi qualcosa di caldo scorrere lungo il braccio, e mani che premono e occhi che gli implorano di non addormentarsi.
È il bip asincrono e costante di un monitor, a riportarlo nel regno dei vivi. L’odore di disinfettante ha preso il posto della puzza di cadavere che lo ha circondato fino a quel momento, e il sole caldo su Maiwand è sparito per dar spazio alla luce fredda e sterile di una sala di ospedale. Non capisce nemmeno dove possa essere. Si guarda attorno spaesato, gli oggetti che finalmente prendono forma oltre la fastidiosa nebbia bianca che ha davanti gli occhi, ombre che diventano un qualcosa di concreto, l’aria del sogno che scompare per riportarlo alla realtà. Il suo viso si specchia nel monitor, battiti al minuto 87, una linea verde che va su e giù come una pallina di gomma che rimbalza sul pavimento e rimbomba, rimbomba, rimbomba. Con gli occhi socchiusi, segue il percorso dei cavi – c’è un tubo grosso che gli sfiora la spalla destra, che risale il petto fino al centro e poi si allunga sulla sua bocca. Prova a sollevare la mano, ma è sotto la coperta, e per quanto ci provi non riesce davvero a sforzarsi. Riguarda il tubo, lo riconosce, è un respiratore.
Un respiratore, la spalla che fa male.
È faticoso girarsi, cercare di raggiungere con gli occhi una parte del corpo che fino a poco fa – quanto? Un’ora? Due giorni? Settimane? – poteva guardare ogni volta che desiderava senza alcun problema. Una fitta gli percorre i muscoli, sale fino alla testa e per un momento vede di nuovo tutto bianco. E poi, un punto rosso buca il suo campo visivo, si spande sulla sua spalla, liquido. Trapassa la fasciatura, e quasi gli sembra si sollevi per attaccarsi al suo viso, e magari scivolare sotto il respiratore per farlo affogare.
Ha caldo. Il letto sparisce e diventa sabbia. La luce bianca diventa improvvisamente troppo luminosa, l’odore di disinfettante è quello di una bottiglietta rovesciata accanto alla sua gamba, la divisa macchiata di sangue – di chi è? Perché non si sta muovendo? Deve aiutare i feriti, deve-
“Dottor Watson!” lo chiama la voce deviata di un uomo; è lì, lo vede che allunga le braccia sulla spalla destra e lo muove, ma lui non risponde. Stringe forte la sabbia, gli scivola dalle mani, è bollente. “Dottor Watson, si calmi!” gli urla ancora, più forte. Lui agita le gambe, vuole andare via. Vuole solo andare via da lì.
Il bip accelera il ritmo, 130 battiti al secondo, e aumenta. Sente la gola che raschia, la sua stessa voce invadergli le orecchie.
Poi qualcosa gli pizzica il braccio, ed è come una benedizione. La sabbia torna fresca, morbida, bianca. Il sole non da più fastidio, e prima di chiudere gli occhi incontra iridi azzurre che lo guardano con preoccupazione, la pelle appena sudata, capelli chiari che incorniciano un volto delicato; è quasi sicuro che sia un angelo.

Mary, non gli ha detto il cognome perché in quel momento è sembrato tutto fuorché utile. Ma suona così bene il suo nome, alle orecchie. Mary è la sua infermiera: gli cambia la flebo, gli inietta il sedativo quando l’Afghanistan diventa troppo reale, dietro le sue palpebre. Mary ogni giorno entra nella sua stanza e gli parla del cielo azzurro, dei bambini che giocano nell’asilo davanti a casa sua, a Londra, lontano da lì. Gli accarezza il dorso della mano, non importa se a poco spazio dalle sue dita c’è conficcato un ago che gli entra in vena per tre centimetri. Gli dice che dovrà fare fisioterapia, che quel braccio ci metterà un po’ per funzionare come prima, ma i dottori sono speranzosi – “E poi lei è un medico, sono sicura sappia queste cose senza che io venga a riferirgliele.”
La sua voce è miele.
A volte desidera restare in quel letto per sempre, farsi curare e sentirla parlare, raccontare di posti lontani, posti dove la guerra non c’è, dove i bambini montano case coi mattoncini, e giocano a fare piccole donne in cucine a misura di fata. Ma poi fortunatamente, si rende conto che non è quello che vuole.
Mary però va bene. Mary è la prima cosa bella che gli capita da quando ha lasciato la Barts, da quando è partito in missione. Mary è bionda e ha gli occhi di un angelo, ed è lì per lui, e per il momento va bene così.

Mary ride, la prima volta che sente il suono della sua voce. Ha avuto quel tubo in gola per così tanto tempo che il timbro non è proprio uno dei migliori, ma lei è comunque sollevata, glielo legge negli occhi. Quando lui alza la mano e gliela tende, lei la stringe affettuosamente.
“Io sono John.” dice con fatica, non riconoscendosi nella sua voce.
“Lo so, l’ho letto nella sua cartella, dottor Watson.”
Lui scuote la testa, accenna un sorriso, e il suo viso si illumina – lo vede riflesso in quello di Mary, sembra nato per mostrargli soltanto il bene del mondo. Intreccia le dita nelle sue, le stringe amorevolmente.
“Io sono John.” ripete, schiarendosi la voce, e Mary capisce. China appena la testa, carezza il dorso come lui è sicuro abbia fatto per tutto il tempo in cui è stato incosciente.
“John.” ripete. Lo mastica piano, assaporandolo.
La vita è troppo breve per non assaggiare le cose buone che ci capitano tra le mani.

Ha resistito per anni, in Afghanistan. Non è mai riuscito a stare al suo posto, ovunque il suo plotone andasse, lui era lì con loro, pronto a salvare il culo a qualunque idiota mettesse a repentaglio la sua vita in modo stupido – missione di pace, la chiamano, e poi la gente muore, cade come birilli, cade come è caduto lui, ma poi non si rialza. E il mondo piange persone normali chiamandole eroi.
In una mano ha i fogli per la pensione forzata, nell’altra un bastone. Ci vorrà tempo, prima che tutto torni normale, ci vorrà tempo prima che smetta di urlare la notte, prima che gamba e braccia tornino a funzionare.
È seduto sul letto, guarda quei fogli e non capisce se è felice o triste di non poter tornare più lì. C’è una copia della sua cartella medica – certificati di invalidità, lastre, TAC, ecodoppler, un sacco di cose inutili che attestano la sua inutilità nel campo di battaglia. In un post-it ci sono dei numeri, una fisioterapista, una psicoterapeuta. Sa che deve chiamare entrambe, ma non vuole.
Sospira, lasciando le carte a riposare sulle sue gambe. Cerca il conforto del cuscino e chiude appena gli occhi, e prima che scivoli in un sonno confuso e putrido di sangue, la porta si apre cigolando, riportandolo di nuovo in quella stanza d’ospedale.
“Ho chiesto il trasferimento.” Mary agita qualcosa per aria, parole inutili su parole inutili per dire quello che lei ha riassunto in una manciata di lettere. Gli corre incontro, lo stringe in vita e gli bacia una guancia così forte che per un momento John ha paura – quella un po’ finta, quella dei bambini; quella che ingigantisce le cose e che adesso gli fa sembrare un bacio la cosa più grande e potente dell’universo - che gli si fratturi uno zigomo. “Andiamo via, andiamo a Londra, insieme. Vieni a stare da me, ti curerò e non dovrai preoccuparti di niente.”
È come aver trovato una casa in cui riposare.

C’è un piccolo giardino, nei vasi sul suo balcone. Quando, appena arrivati, Mary apre le persiane, le narici di John vengono invase dal profumo di rosmarino, di lavanda, di erica. È un misto di profumi diversi che non da fastidio – forse perché dopo tanto tempo lontano dalla vita civile, qualunque odore gli sembra meraviglioso. Non c’è più l’aria asettica dell’ospedale, ad opprimerlo, ma solo un sentore di fresco, di pulito.
È come se si sia appena risvegliato da un lungo incubo dai toni caldi del deserto in un prato fatto solo di piccole cose, ma stupende.
E Mary, di quelle piccole cose, è la più grande e la più brillante.

“John…” sospira lei, le labbra che sfregano contro il suo orecchio, le mani che gli stringono le spalle; è disperazione concentrata sulle unghie che affondano nella sua carne. C’è qualcosa di insolito, nel modo in cui fanno l’amore, la prima volta. È l’influenza della guerra, John ne è certo – è il dolore delle ferite che vibra nella carne mentre lui affonda in lei, così calda, così accogliente. Mary lo bacia dappertutto, gli accarezza il viso come se volesse imprimerselo nella mente. Il male che sentono entrambi si trova alla base dello stomaco, e spinge in due direzione diverse, come se volesse strapparsi dentro le loro viscere. John si muove con dolcezza, dentro il suo corpo. Non vuole essere da nessun’altra parte, in questo momento, vuole stare solo lì, tra le coperte, a sentire il seno di Mary premere contro il suo petto, a sentire il suo respiro solleticargli il collo. È strano sentire il suo nome sulla pelle, vederlo inciso sulla sua carne con piccoli baci, sull’aria con singhiozzi e gemiti. Gli sembra passata un’infinità di tempo dall’ultima volta che ha fatto l’amore, gli sembra quasi la prima volta.
In quella stanza, loro non sono altro che due formiche che lottano per non soccombere ai loro stessi sentimenti. In quella stanza, le parole sfrecciano nel nulla e lo riempiono, e John chiama il suo nome gemendolo piano sulla sua spalla, mentre lei china la testa all’indietro, gli dona il suo collo, la vena che pulsa al ritmo col suo cuore.
La bacia, conta i battiti contro le sue labbra, sorride mentre sprofonda in lei, e quando la vista si appanna per l’orgasmo, Mary lo stringe a sé, e chiama il suo nome come se fosse l’ultima cosa che dirà da qui all’eternità.
Quando si riversa sul letto, stanco, lei gli cinge la vita e lo bacia, impregnandosi del sapore delle sue labbra. Bacia la benda stretta attorno alla sua spalla sinistra, guardandola con aria di sfida, e poi si scioglie in un sorriso caldo.
“Io guarirò le tue ferite.”

“Hamish.” Mary sorride, mentre sente la voce di John farfugliare il suo secondo nome. “Mia madre è scozzese, di Glasgow. Poco prima che io nascessi, mio nonno è morto lasciandomi addosso il peso di portare il suo nome – sai, come si faceva un tempo.”
“Sì, ho presente.” ride lei, annuendo. Gli sta seduta dietro, tra le mani una pinza con del cotone imbevuto di disinfettante. “Anche a mia sorella è capitata la stessa sorte.”
“Spero per lei che non si chiami Hamish.”
“No, per fortuna sua no.” Si china a baciargli la guancia, mentre il cotone preme e pulisce la ferita. “Si sta rimarginando, finalmente.” esclama soddisfatta, prima di continuare a medicarlo.
“A me non dispiace come nome, alla fine è… particolare. Non che io sia particolare,” e solleva le spalle, gonfiando le guance, passandosi la lingua tra le labbra “e non che voglia esserlo, però… suona bene, nel suo complesso. John Hamish Watson. Mi fa sembrare… figo.”
“Sarebbe John James Watson, no? … Hamish decisamente suona meglio.”
Ridono entrambi, riscaldando la stanza.
Fuori è dicembre, nevica e il fumo scivola fuori dalle ciminiere e si condensa, creando strisce bianche nel cielo serale. È una giornata che lui passerà in casa, davanti al camino a scambiare dettagli scabrosi della sua infanzia con quelli di Mary, a preparare la cena insieme e cantare I saw three ships perché Natale sta arrivando, ed è il suo primo Natale lontano dalla guerra in Afghanistan e quindi merita di essere celebrato in ogni modo possibile.
È il suo primo Natale con Mary, e in silenzio spera che sia soltanto l’inizio.
“A te piace, Hamish?”
Lei lo guarda e poi lo abbraccia, cercando riposo sul suo petto. “Sì. Mi piace Hamish.” Gli bacia il mento, uno schiocco che gli riscalda il cuore. “Mi piace Hamish e mi piace tutto quello che c’è attorno.”

La luce del sole gli piace davvero tanto, da quando non fa più avanti e indietro tra Maiwand e Herat. La pelle sta tornando del suo colore naturale, addio abbronzatura, addio scottature. Il calore che sente allargando le braccia sul balcone, appena sveglio, riattiva i suoi sensi, li stimola a cercare, sentire, vedere nuove cose.
A volte, però, le cose non vanno come dovrebbero.
A volte, il balcone di Mary si sgretola sotto i suoi piedi, mentre i fiori rinsecchiscono e cadono nel vuoto come cenere. Alle sue spalle non c’è più la camera da letto, ma solo una coperta di corpi in putrefazione, mosche che ronzano come impazzite, attratte dall’odore di marcio. Si porta una mano alla bocca, vietandosi di respirare, ma non riesce, perché il dolore alla spalla pulsa insieme a quello alla gamba, e non può fare a meno di stringersi nel tentativo di cacciarlo via, lasciando che l’odore impregni i suoi polmoni.
90 battiti al minuto.
Davanti a lui non c’è altro che un’immensa distesa di sabbia, una torretta dove un suo commilitone osserva l’area circostante con un cannocchiale, il fucile sulle spalle e un altro giovane che punta la sua arma a caso, pronto a sparare in ogni momento. Poco lontano, il colonnello Moran grida qualcosa, ma John non sente, è come se l’altro emettesse solo aria, e le sue parole arrivano alle orecchie come bolle che scoppiano, e niente più.
Poi, il sibilo di un proiettile che supera lui, supera Moran, e si pianta nel petto di un soldato seduto a riposare.
D’improvviso, sente di nuovo tutto. Ci sono grida che si sovrappongono, rumori come di petardi che scoppiano. Il colonnello gli corre incontro, agitando le braccia, e qualcuno grida il suo nome, prima che l’aria diventi irrespirabile e tutti inizino a cadere a terra come birilli.
“State giù!” grida qualcuno. “È un agguato, cazzo, è un agguato di merda!”
Le mitragliatrici cominciano a sparare alla cieca.
Non è la prima volta che capita; sa come reagire, sa cosa deve fare.
La gamba gli pulsa, 110 battiti al minuto.
Una bomba esplode a qualche centinaio di metri, buttando giù un caseggiato in legno dove per fortuna tengono soltanto il cibo. John inizia a correre verso la torretta, cercando la sua arma dietro le spalle, le mani che tremano per la paura. Non riesce a prenderlo, il dolore acuto gli impedisce di sollevare il braccio e afferrare il calcio del fucile.
Sopra la sua testa, il sole è di nuovo bollente. 130 battiti al minuto.
Si arrampica sulla scala, cerca nella torretta la salvezza. Si sente esposto come un verme, i raggi del sole che gli battono sul collo – dove accidenti è il suo elmetto, che ci fa con la testa scoperta? – e sale, sale più veloce che può, assieme alla sua disperazione. Pensa a Mary, si sente un idiota, Mary non esisteva durante la guerra, nemmeno nei suoi pensieri.
Che succede?
Quando arriva sulla cima, qualcuno grida il suo nome dal basso, ma lui lo ignora. Poggia il piede sul pianerottolo e si guarda attorno, spalancando lentamente la bocca mentre vede che non c’è più nessuno.
Sangue che gocciola lento verso il pavimento di sabbia.
“No.” mormora, il fucile sporco del suo compagno che gli urla di prenderlo.
Quando si rialza, il cielo è arancione.
“Dottor Watson!” urla qualcuno dal basso, ma lui non vede niente, perché la sabbia si è sollevata e copre tutto per almeno due metri di altezza. “Dottor Watson, stia giù!”
Non fa in tempo a percepire il sibilo che si fa più forte, perché qualunque rumore viene soppiantato dal suo grido, qualcosa di duro e bollente che scava nella sua spalla dilaniando la carne e frantumando le ossa.
“Dottor Watson!” Lo chiamano ancora, una voce fuori dal coro lontana che invoca il suo nome. John, John Hamish, Hamish, mio nonno si chiamava Hamish, poco prima che io nascessi, mio nonno è morto lasciandomi addosso il peso del suo nome.
Urla più forte, e all’improvviso tutto diventa buio e freddo, la luce della luna che filtra dalle persiane.
“John, oddio, stai bene?”
Si guarda attorno, spaesato, terrorizzato, come se da un momento all’altro si aspetti che una bomba esploda sotto la loro finestra. Guarda Mary, intravede l’azzurro dei suoi occhi attraverso il chiarore lunare, e finalmente trae un sospiro di sollievo, cuore che pulsa nella pancia.
147 battiti al minuto, li conta uno per uno, sperando di calmarsi.
“John, ci sei?” gli chiede lei, bianca come un cencio, le mani magre che corrono sul suo viso, lo accarezzano tentando di riportarlo alla realtà. L’ultima eco di una bomba scompare sotto le sue labbra.
Mary lo stringe al petto, come una madre farebbe con il suo bambino. La sente tremare, non capisce, che succede? “Sono qui.” gli dice, e si rende conto che non è lei, quella ad essere scossa dai brividi.
Sente il cuore sciogliersi in dolore, l’anima che grida di essere lasciata in pace. Come un poppante che ha appena sognato l’uomo nero si aggrappa alla sua camicia da notte, lasciando che l’angoscia si trasformi in lacrime.
“Sono qui.” ripete, la voce ferma e calda, le mani che scivolano sulla sua testa.
“Mi dispiace.” sussurra, le labbra strette per impedire ai singhiozzi di diventare forti, di scuotere la tranquillità come un terremoto. E lo ripete, costantemente, finché lei non gli impone il silenzio con le sue labbra, braccia che lo stringono forte.
Non sa quanto in basso scivolerà ancora, e prega con tutte le sue forze a un Dio a cui non crede che lasci affianco a sé qualcuno che sappia sempre come salvarlo da se stesso, e dai suoi incubi.

La tappezzeria è scura, un bordeaux con decorazioni sul nero, rimasugli di un’epoca in cui Londra non vive più dalla Prima Guerra Mondiale. In fondo alla stanza, affianco alla finestra c’è una donna dalla pelle ambrata, scura e calda come l’Africa. Si avvicina timoroso, controlla il nome sul foglio, si assicura di essere nel posto giusto. Zoppica, stringendosi al bastone, prendendo posto davanti alla sua scrivania e pensando che in fondo è ancora in tempo per tornare a casa – lui non ha bisogno di una psicanalista, ha una casa, ha Mary, ha una vita nuova. Ha gli incubi che lo tormentano sempre più spesso, certo; ma non è un problema, può imparare a gestirli, può imparare a svegliarsi prima che una bomba o un proiettile esploda.
Non può fare niente, solo star seduto su quella sedia di pelle nera e farsi riempire la testa di parole che ha paura di sentire. “Salve, John.” dice la donna con voce bassa, pacata.
Se la immagina in una foresta, con un vestito di raso giallo e una giara sulla testa – sta facendo confusione, gli viene in mente la ragazzina del Libro della Giungla di cui non ricorda nemmeno il nome, ma lei era indiana, o qualcosa del genere, perché aveva il puntino rosso sulla fronte, e le africane non hanno puntini rossi sulla fronte.
“Salve.”
Sta decisamente entrando nel pallone.
Sospira, cercando di essere il più discreto possibile. Ma è difficile quando il cuore martella nel petto – cosa dovrei dirle? Non sono sicuro di voler parlare di me a una perfetta sconosciuta.
È così teso che gli esce una specie di fischio dalla gola, e subito si schiarisce la voce, imbarazzato. “Mi scusi.”
“Si rilassi, John. Non è qui per essere torturato, e io sono qui per darle tutto il supporto di cui ha bisogno.”
Le tende la mano, e si stupisce nel vedere i palmi così chiari rispetto al dorso, rispetto al resto del corpo. La afferra, sentendola calda. È rincuorante. Sono la corda che ti tiene per la caviglia, se cadi ti tirerò su, in un modo o nell’altro. È questo, ciò che sente venire da quella stretta.
Si rilassa appena, ma giusto un poco, permettendo finalmente alla sua schiena di aderire allo schienale.
“Io sono Rosalie.”, dice abbandonando la sua mano.
Nella sua vita sembrano non esserci mai i cognomi. Quello di Mary lo ha scoperto sbirciando nella sua patente per vederla quando era ragazzina; quello della dottoressa lo conosce, ma non se lo ricorda, non ha avuto tempo né voglia di memorizzarlo. Ma anche qui, non ha importanza. Non hanno mai importanza i cognomi di chi gli sta accanto, è strano, ma gli piace.
Gli piace, davvero.
“Io non so davvero da dove cominciare…” mormora, guardando alla cartella sulla scrivania, il suo nome scritto in piccolo in un angolo, come se non volesse disturbare.
“Ci rifletta un secondo, e inizi da dove vuole lei.”
Ride, scuotendo la testa. Si sente così banale, a pensare all’Afghanistan, agli incubi, a Mary che si sveglia e sospira, stringendoselo al petto. Appena le immagini della guerra riaffiorano alla sua mente, la gamba inizia a fare male e le dita si contraggono per il nervoso, sfregando con forza contro i jeans. Il silenzio gli tira le labbra, come se intorno ci fosse salsedine. Batte i piedi contro il pavimento, la voglia di scappare che pulsa nei talloni piantati al suolo.
“Io… non lo so.” sospira, affondando il viso nelle mani per poi lasciarle scivolare verso il basso. “È come quando vai a un’interrogazione impreparato, o insicuro, e il cervello improvvisamente smette di elaborare informazioni. Le è mai capitato?”
Sente le mani che sudano. La donna – Rosalie lo guarda per qualche istante e annuisce serenamente, abbozzando un sorriso sul viso scuro. “Sì, John, parecchie volte.”
Lui sospira, come rassegnato.
“Ecco, la sensazione che ho in testa è la stessa, esattamente la stessa. Forse è solo che non ho voglia di parlare di niente.”
C’è un altro momento di silenzio, e gli sembra lungo, interminabile.
“John, è normale, le prime volte. Glielo assicuro. Lei ha subito un trauma durante la guerra, e io ho il compito di aiutarla a superarlo.” Scrive due parole sul foglio, le labbra strette mentre la lingua le umetta. “Lei pensa di potersela cavare da solo, ma si ricordi che è un uomo. E l’uomo ha bisogno d’aiuto.” Lei solleva lo sguardo, cerca il contatto visivo, e lo trova lì davanti, tremolante per l’incertezza. “Quindi, si faccia aiutare.”
John sospira, guardandosi i palmi delle mani. È stanco di vedere la sabbia incastrata nel sangue dei suoi compagni. “Ho fatto la Barts, sono diventato medico e sono subito partito in missione. L’aria di Londra era diventata soffocante, la mia famiglia era soffocante. Non riuscivo più a sopportare mia sorella, è un’alcolizzata. Una persona dovrebbe restare accanto ai suoi familiari, ma vivere con Harry è una tortura, partire per l’Afghanistan in un primo momento è stata una benedizione.” Lei annuisce, lo guarda interessata, stringendo le mani sul ventre. “Certo, nessuno scambierebbe la propria sorella con la guerra, ma io l’ho fatto, perché non ne potevo davvero più. Sono stato in Afghanistan per cinque anni, escludendo i quattro mesi di convalescenza. All’inizio effettuavamo servizi umanitari al confine con il Pakistan, nella provincia di Paktika. Hanno nomi strani, le province dell’Afghanistan, nomi che sembrano uscire dalle bocche dei bambini. Ce ne sono tantissimi di bambini, gente disperata che ha bisogno di una mano. Noi abbiamo cercato di dargliela, per un primo periodo, ma a volte non siamo capaci di capire i nostri limiti, specie quando davanti si ha la povertà, quella cruda. È una cosa contro non si può combattere, non in veste di soldato, o generale, o medico militare.” Affonda le unghie nei palmi, riprende fiato, sente la sabbia scivolargli in gola. “Lo sa, sì, che l’Afghanistan è una repubblica? A me fa ridere. È una parola terribile. Non repubblica in sé, ma repubblica associato ad Afghanistan. È come mettere insieme la maionese e la marmellata. È disgustoso. A luglio 2006 abbiamo smesso con gli aiuti al popolo per sorreggere il Canada, e Dio solo sa quanto avrei voluto non muovermi da dove mi trovavo. Nel 2007 le cose sono andate anche peggio; Vulcano, Achille… Achille è stata davvero un’operazione pericolosa, ho visto molti miei compagni farsela addosso dalla paura; è traumatico vedere persone che farfugliano chiedendo di essere salvati, è traumatico quando pensi a te non capiterà mai, e poi succede.” Imita la posizione della donna, ma le sue dita si stringono forti e premono contro le nocche, perché la tristezza si sta mescolando alla rabbia e ribolle dolorosamente nelle vene. “Succede che preghi di non morire, quando senti che una bomba è esplosa al centro della città che stai cercando di salvare.”
Fa piccole pause, in cui manda in fondo alla gola grumi di saliva pesanti come macigni. C’è il cuore, all’altezza del petto, che ha iniziato a battere appena più veloce, e mentre stringe i pugni le dita scivolano perché sta sudando davvero, davvero tanto. Forse il condizionatore è troppo alto.
“Essendo un medico militare, ho visto abbastanza cadaveri da bastarmi per una vita. A volte venivano a cercarmi nei sogni, i morti, come se potessi ancora salvarli. Una vita persa è una sconfitta, lo è per qualsiasi medico, anche quando non c’è più niente da fare per il paziente. Ogni volta che un bambino mi moriva tra le braccia, pensavo di tornare a casa. Ma poi mi veniva in mente Harry, e capivo che c’era gente più bisognosa, che la sfortuna non andava a cercarsela buttando giù vodka e cognac e brandy e qualsiasi altro alcolico che potesse capitarle sotto mano. Loro avevano bisogno di me quanto io avevo bisogno di loro.”
Vorrebbe davvero chiederle di abbassare quel dannato condizionatore.
“Qualche mese fa, il mio commando è stato spostato a Maiwand, dove si erano registrate importazioni illegali di armi dall’Iran. Il nostro compito era sorvegliare la zona, mettere le mani sugli iraniani, e possibilmente anche sui talebani per evitare ulteriori stragi di civili e militari. Probabilmente ci hanno notati, insomma, uno cosa va a fare a Maiwand? Non c’è niente, è un posto così povero, sembra quasi tranquillo, sa? Maiwand mi è costato il ritiro forzato.” Di nuovo seppellisce il volto tra le mani tirando un sospiro lungo, mentre la gamba pulsa così tanto che ormai non la sente più. Si morde le labbra, infastidito e quando alza la testa trova lo sguardo fisso e sicuro della sua psicoterapeuta, e lui non riesce a non alzare appena la voce, infastidito. “Può spegnere il riscaldamento? Mi sta facendo impazzire.”
“Certo, John.”
Il telecomando bianco spicca dannatamente tra le sue mani. La guarda alzarsi dalla sedia e prega che tutto il caldo scivoli via da sotto la porta e vada a riscaldare qualcos’altro – lui non ne ha davvero bisogno.
“Le va di continuare? La vedo provato.” dice poi, e lui scuote la testa, guardando al soffitto.
“Che altro c’è da dire ancora? Mi hanno sparato a una spalla, ho subito due interventi chirurgici e sono rimasto in ospedale per cinque mesi, dei quali ricordo solo la mia ragazza. È buffo, non trova?”
Lei sorride, annuendo.
“È la cosa più bella che la guerra mi ha portato. Dopo i bambini, dopo la gente che ti guardava riconoscente. Non li vedrò più. La cosa da una parte mi rincuora, dall’altra mi distrugge. Sono a Londra da due mesi e mezzo, non ho ancora iniziato le cure di riabilitazione, zoppico come un vecchio e non ho nemmeno quarant’anni. Ma c’è Mary.” Sospira, abbozza un sorriso tremulo. E poi si ripete. “Mary è la cosa più bella che la guerra mi ha portato.”

Quando esce dallo studio, la prima cosa che fa è poggiarsi contro il muro, appena voltato l’angolo. È come se non avesse l’aria nei polmoni e ossa nelle gambe. Si lascia andare contro la parete, la testa all’indietro e i singhiozzi che tentano di essere soffocati in fondo al petto.
Ecco perché ha aspettato tanto, ad andare da una strizzacervelli. Sapeva che sarebbe andata così. Si sforza di non piangere, i palmi attaccati alle palpebre a premere mentre il cervello ordina state lì, state lì, non uscite.
Un sospiro profondo, una risata spezzata, e poi si da la spinta, il bastone che gli fa da terza gamba mentre torna a casa.

Col passare del tempo John si rende conto che a volte non ce la fa, ad andare avanti. Mentre i giorni trascorrono sereni, nonostante le occhiaie, nonostante gli sbadigli, di notte le cose si capovolgono e lui non riesce più ad essere se stesso. Quando la fortuna gli sorride, si limita a spalancare gli occhi, guardando il soffitto in preda al terrore e a percepire la patina di sudore sulla sua pelle. Guarda ogni angolo della stanza cercando di identificare il letto su cui si trova, e quando capisce che attorno a lui ci sono solide mura e non la misera protezione di una tenda, scansa le coperte e si alza per cercare la calma in un bicchiere d’acqua fredda; ma non arriva quasi mai.
A volte si chiede se Mary si svegli, durante la notte. Quasi ogni mattina quando apre gli occhi le coperte sono attorcigliate a braccia e gambe, ed è per questo che è sicuro di dare fastidio, in qualche modo. Ma lei non dice mai nulla, non fa mai nessun riferimento alla cosa, sorride e basta – gli prepara la colazione, un bel croissant con burro e marmellata di fragole, per iniziare bene la giornata.
Ci sono altri giorni, invece, in cui nessuno è fortunato. Né lui, né Mary, né i suoi ricordi. Ci sono giorni che vorrebbe soffocare tutto con un cuscino, che vorrebbe addormentare i brutti pensieri con il sonnifero, ci sono giorni che vorrebbe semplicemente annullare.
Stanotte parla con i fantasmi delle persone che ha visto morire davanti ai suoi occhi. È seduto davanti al balcone, gli occhi vacui sulle luci di Londra e la Luna che lo illumina appena. Affianco a lui c’è McKenzie, ventidue anni, di Bristol. Gli piaceva ridere di ogni cosa, prendeva un fucile in mano e delirava su quante belle cose potessero essere create con quell’ammasso di ferro, prendeva l’elmetto e ci attaccava con la saliva un cuore di carta – “Sono il dottor Stranamore!”, e rideva, e tutti ridevano con lui. Adesso è lì, un occhio vitreo, un braccio che non c’è più, la stoffa della divisa fusa con la sua carne – un furgone pieno di esplosivo, scoppiato al centro di Herat.
“Cos’è quel muso?” gli chiede, facendo sporgere il labbro inferiore. “Bisogna sorridere, dottor Watson, o qui non si va più avanti.”
“Oh, fai, silenzio.” dice sottovoce, le dita affondate nei capelli. È assurdo sentire così forte la voglia di averlo davvero lì. Un anno fa ha sentito il suo calore scivolargli via dalle braccia, mentre tentava di fermare l’emorragia al suo viso.
Alla sua destra, il colonnello Slappery. Lo guarda coi suoi occhi azzurri e stanchi, il centro del suo corpo che non c’è più, lacerato da una mitragliatrice scaricata sul suo torace. Aveva due figlie ormai grandi e quindici anni di servizio sulle spalle. “McKenzie ha ragione, John.” sospira, portando indietro le braccia – così, di profilo, sembra quasi che non gli sia successo nulla, che sia integro; è solo un po’ pallido per colpa della luce lunare, e niente più. “Ti rendi conto di sembrare uno squilibrato, a parlare con noi?”
“Chi le assicura che non lo sia?” ride stanco, stringendo le ginocchia al petto.
“Glielo assicuro io. Non ti ho salvato per l’anima del cazzo, tenente.”
Alza appena la testa per vedere il suo ricordo peggiore. O’Malley ha la pelle scura per colpa delle ustioni di terzo grado, gli occhi verdi che brillano di luce riflessa. Durante un agguato, mentre John era troppo occupato a salvare la vita di un suo commilitone, lui gli aveva fatto da scudo avvolgendolo con il suo corpo, mentre una bomba esplodeva a pochi metri da loro. Quando John aveva riaperto gli occhi, lui era già morto.
“Non so cosa fare.” Mormora sottovoce, guardandosi le mani e scuotendo piano la testa. “Non so davvero cosa fare.” Ogni callo sulle sue dita è una ferita di guerra. Ogni sguardo che da alla stanza lo riempie di macchie rosse, di brandelli di carne e stoffa. “Non so cosa…”
La voce sfuma, venendo inghiottita dal buio. Abbassa la testa sulle ginocchia, le braccia che avvolgono le gambe per stringerle vicine al petto. È come se fossero tutti lì, come se la stanza fosse piena della loro presenza. Sente le loro braccia stringersi attorno alle sue spalle, i loro sospiri rassegnati sulla sua pelle, hanno lo stesso calore del deserto. Sente che vorrebbe sciogliersi e piangere, ma poi che razza di uomo sarebbe, se facesse una cosa del genere davanti a un soldato e ai suoi superiori?
“Sei un casino, John.” Esclama leggero O’Malley, e lo vede scuotere la testa da dietro le sue palpebre. “Sei davvero, davvero un casino.”
Il sospiro che lascia scappare dalle sue labbra lo frega, perché ancora a sé quella palla di angoscia che si è formata nella gola, togliendo un tappo che John avrebbe voluto rimanesse così finché non si fosse addormentato. È un soldato, cazzo, è un soldato, un soldato, un soldato, non può piangere, non può comportarsi come… come…
“Mi dispiace.” geme, senza sollevare la testa. “Mi dispiace da morire.”
Le loro braccia si stringono più forte al suo corpo, e lui non vuole che spariscano.
Mary, sulla porta, lo guarda in silenzio, asciugando le lacrime dal viso.

“Sono tornato a casa da cinque mesi, eppure se mi guardo le braccia a volte vedo ancora il segno dell’abbronzatura per colpa della divisa. Lo sa quanto caldo fa, in Afghanistan?A Kandahar, a volte il termometro segnava quaranta gradi all’ombra. Un mio compagno si vantava sempre per l’abbronzatura, quando si toglieva la divisa però era uno spettacolo inguardabile. Sono tornato da cinque mesi, e sono cinque mesi che non dormo come dovrei. Qualche settimana fa ho parlato con i miei ex compagni. E quando dico ex non intendo dire che camminano ancora sulle loro gambe, no. Sono tutti morti. Tutti, e io li sogno, o li vedo, o la mia testa sta tentando di dirmi qualcosa perché è davvero difficile cercare di non pensare a come passo le notti, e alle cose che vedo. A volte mi sembra di impazzire, altre volte mi chiedo se non sono già pazzo.”
Ha la mano stretta sul suo bastone, le nocche arrossate per i pugni che ha dato al muro della cucina il giorno prima, cercando di calmare in modo inutile il suo cuore. Rosalie lo osserva, segna qualcosa sul suo foglio, e poi sospira. “John, è chiaro che non sta affrontando la cosa nel modo giusto.”
“Lo so. Dovrei cercare di entrare dell’ottica che quella non è più la mia vita. Non corro il rischio di esplodere ad ogni passo.”
“Ci vuole tempo. È normale, il suo è un caso di forte stress post-traumatico, e…”
“La prego, Rosalie.” dice, interrompendola. Poggia i gomiti sul tavolo, lasciando che la stanza si riempia del rumore del suo bastone che cade a terra, mentre stringe le mani e ci poggia sopra la testa – gli occhi stretti, le sopracciglia contratte in una smorfia di dolore. “La prego, mi aiuti. Sono stanco di vedere la morte dappertutto.”
“John, il suo non è un percorso facile. Ne abbiamo parlato le prime volte, ricorda? La guerra lascia sempre ferite che purtroppo in molti casi non si rimarginano mai del tutto. A volte, e mi è capitato diverse volte, qualcuno ha voluto lasciare la ferita aperta, per via del lutto, del senso di colpa. Lei non deve lasciare la ferita aperta. Lei deve concentrarsi e cercare di chiuderla.” Lo lascia, lo vede piegare la testa e prova un moto di pena. “Iniziamo con un semplice sonnifero, per un mese. Vediamo come va, d’accordo?”
John annuisce, riportando la schiena nella sua posizione naturale, cercando di darsi un contegno che non riesce più a trovare da troppo tempo.

Si sente a disagio, quando in farmacia attende che il medico gli porti la sua confezione di Ximovan. Tamburella sul banco pensando a se sia la cosa giusta da fare, prendere una pastiglia prima di dormire e sperare che il sole smetta di battere sulla sua testa ogni notte. Ha ripensato costantemente alle parole di Rosalie, alla sua ferita che brucia nel cuore e nella spalla. È convinto di essere solo un nuovo, solito, patetico caso.
L’uomo arriva fischiettando, rigirandosi la scatola bianca tra le mani. “Ecco qui.” dice, mentre rilegge la prescrizione medica e digita i dati del paziente sul database. “Sono trenta sterline.”
John sospira, annuisce e apre il portafoglio. Tutto ciò gli fa pensare che dovrebbe trovarsi un nuovo lavoro – ma a quasi quarant’anni, cosa potrebbe trovare di adatto a lui?
Alle banconote si sostituisce la plastica di una busta anonima, la scatola che naviga tra gli scontrini e la ricetta. “Arrivederci.”, bisbiglia chinando appena la testa in cenno di saluto, e Londra lo riaccoglie con l’aria primaverile che arriva, scivola sulla sua testa e corre al Tamigi.
Il sole sta tramontando.
Dalla farmacia a casa ci vuole mezz’ora a piedi. Potrebbe prendere la tube ed evitare così la marea di gente che rincasa dopo una giornata di lavoro, ma pensare di camminare lo stanca, e gli da l’impressione che forse, facendo tutta quella strada, stanotte riuscirà a dormire anche senza lo Ximovan. Imbocca Oxford Street con le mani in tasca, la bustina che rimbalza sul suo fianco ad ogni passo. Sorride, convincendosi che le cose adesso potranno andare soltanto per il meglio.
Vuole fare l’amore con Mary, appena arrivato a casa. Vuole abbracciarla, sentire il suo sapore sulle labbra, riempirsi del suo affetto e farne un ricordo prezioso. Se riempie il cuore del suo amore, non ci sarà più spazio per la ferita. Si occluderà, non sanguinerà più.
Vede un manifesto appeso sul vetro di una tabaccheria, e ogni pensiero buono evapora all’istante.
Attentato a un convoglio Afghanistan: 13 morti.
Si chiede se i suoi non siano soltanto desideri utopici; la fine della sua guerra non arriverà mai.

Non riescono a stare fermi, corpi che rotolano tra le coperte in un misto di sudore, gemiti e sospiri. La cena è ancora sul tavolo, il vapore che piano sparisce mentre la carne diventa fredda. John stringe Mary forte sui fianchi, la bacia, cerca nelle sue labbra la risposta a tutte le sue domande, la forza che sente scivolare via dalle mani ogni volta che chiude gli occhi.
A volte, sente scivolare lei.
“Ti amo.” Le dice sulla bocca, prima di prenderla in modo quasi goffo, grezzo, il cuore che pulsa forte nella gola mentre lascia scivolare la lingua in lei. Mary è bellissima, è la perfezione. Al suo fianco lei splende di luce propria, e lui si accontenta del riflesso, lo prende, se ne bea, lascia che illumini ogni sua imperfezione, mettendola in evidenza. Se è Mary a guardarla, va bene. Se è Mary, a giudicarlo dall’alto della sua magnificenza, va bene. L’importante è che resti con lui.
“Ti amo.” ripete ancora nella sua testa, parole che rimbombano nel corpo della donna, che scivolano tra le sue gambe, insieme alla sua mano. La tocca, e lei si contorce, un foglio di carta appena gettato nel fuoco. Invoca il suo nome, e chiamandolo lo incatena a sé.
Lo Ximonav può aspettare. Davvero, può aspettare. Può ancora salvarsi.

Succede sempre intorno alle tre di notte, forse perché il cervello a quell’ora entra in fase REM, portandolo a sognare in modo troppo realistico. Le tre di notte, nei campi, erano un orario meraviglioso. Quando non riusciva a dormire, lui e qualche altro pazzo uscivano dalla tenda andando a fare compagnia alla guardia in turno. L’aria era fredda anche d’estate, ma così piacevole rispetto al caldo afoso del mattino.
Si ritagliavano, in quell’ora in cui nessuno riusciva a prendere sonno, un momento in cui far finta che tutto andasse bene. C’erano le foto dei figli, delle mogli, delle fidanzate, che circolavano di mano in mano, accompagnate da apprezzamenti poco ortodossi, solitamente seguiti da un “Eh lo so, sono un uomo fortunato, ti piacerebbe essere al mio posto.”, e risate a squarciagola.
Le tre di notte, adesso, sono un incubo ad occhi aperti.
Ha appena urlato, lo sa perché sente ancora la gola dargli fastidio. Affonda i denti nelle labbra con forza, stringendo il cuscino tra le braccia e sbattendo la fronte contro la sua morbidezza. La mano di Mary si poggia sulla sua spalla, scivolando appena dietro la schiena, mentre parla con la voce impastata di sonno. “Stai bene?”
“Torna a dormire.” mormora, seccato con se stesso, mentre fissa fuori dalla finestra. Mary non gli obbedisce. Poggia il mento sulla sua spalla, cercando il suo sguardo. Lui lo rifugge, affondando il viso nel cuscino.
“John,” dice, e la sua voce è morbida – eppure riesce a percepire qualcosa di diverso, come se si fosse appena spaccato qualcosa, da qualche parte. “Ne hai parlato con la tua dottoressa?” Lui annuisce senza parlare. “Sono preoccupata per te.”
John abbandona il calore del cuscino per ricercare quello della sua donna. “Vorrei che sparisse tutto dalla mia testa.”
“Lo so.”
Mary gli passa una mano sulla testa, accudendolo come farebbe con un bambino. A volte lo vede così piccolo che non può fare altro che stringerlo, e pregare di assorbire un po’ del suo problema. Altre volte, vorrebbe semplicemente non averlo mai incontrato.
Si morde il labbro, cacciando via l’ultimo pensiero dalla sua mente. John ha bisogno di lei, ha bisogno di lei e di lei e basta. Si sente un mostro, e decide di seppellire tutto da qualche parte dove non possa pensare più – e che i suoi neuroni si inghiottano la sua malignità. “Hai preso la pillola?” chiede poi piano, sollevandogli appena il viso. Dalle sopracciglia contratte, capisce subito la risposta.
Non può fare a meno di lasciar andare un sospiro rassegnato via dalle sue labbra.
Crepe che si allargano.
Quanto John le da le spalle per riaddormentarsi, la scatola di Ximovan lo guarda e lo giudica, e lui si sente un verme che vorrebbe soltanto essere schiacciato.

Come infermiera, Mary ha imparato nel corso del tempo a sopportare qualunque cosa, dagli anziani con problemi di incontinenza, ai tossici maniaci, alle donne rese acide dalla malattia, ai malati di depressione. Ha imparato, nonostante tutto il dolore con cui convive ogni giorno, a portare ogni volta un po’ di colore nelle vite di quelle persone, con una battuta, o con un fiore, nella speranza di alleviare la sofferenza.
Non ha mai messo in conto che un giorno si sarebbe ritrovata a sopportare la persona che più ama, e a non riuscire più ad ascoltarlo, per quanto si sforzasse di capire e di assecondare.
Sette mesi e un cuore spezzato. Forse due.
Spesso si ritrova a cercare la sua vocazione nel profondo del cuore, ma il più delle volte, quando lo fa, tocca nervi tesi e cassetti pieni di parole che non vorrebbe tirare fuori mai e poi mai in tutta la sua vita. Lei ama John, lo ama da morire e farebbe di tutto per lui, ma semplicemente un uomo ha dei limiti entro i quali deve stare. Se va fuori, straborda, e cade. E lei sta cadendo, lo sente nelle mani che prudono, negli occhi che pizzicano, nel nervoso che prolifera sulla sua pelle e si espande, silenzioso come una malattia in incubazione - vorrebbe aver fatto il vaccino, ma ormai è troppo tardi. Ogni notte sopporta, e ogni notte è come se la febbre salisse di mezzo grado, piano per ucciderla e per invitarla ad uccidere l’uomo che condivide con lei il suo letto.
John grida, ma non si sveglia. Si agita nel letto, le toglie le coperte e le butta tutte dalla sua parte, e lei non ce la fa più. Si mette a sedere, passandosi le mani sopra la faccia, e si arrende al fatto di non essere altro che un essere umano che non può continuare a sopportare in questo stato.
“Mi dispiace.” mormora, accarezzandogli la testa con le lacrime agli occhi. E poi si alza, e in silenzio esce dalla camera da letto.

C’è qualcosa che non va, quando John si rigira nel letto per abbracciare Mary e darle il buongiorno. Il braccio, aspettandosi di trovare il corpo della donna, cade invece a peso morto sul materasso, e il saluto che John sta per pronunciare muore lì, sulle sue labbra. Si sveglia del tutto quando gli occhi sono aperti e si ritrova nel letto da solo. “Mary…” sussurra al nulla, scattando poi a sedere. È tutto come quando è andato a letto: i suoi vestiti sono ancora in disordine sulla poltrona all’angolo, l’anta dell’armadio è aperta nella stessa, medesima angolazione, le scarpe sono sotto la finestra – è ancora a casa, è ancora a casa, si ripete per convincersi.
La paura si instilla nel petto goccia per goccia, dilatando le pupille tanto da far sparire il blu dei suoi occhi nel nero più scuro. In fondo ha altri vestiti, ha altre scarpe, forse se n’è andata, forse si è stancata è stufa è-
“Mary?” chiama a voce più alta, il respiro che si fa pian piano affannoso. Dentro di lui un pezzo di cuore si stacca e cade sullo stomaco, lacerandolo. Lancia via le coperte, letteralmente, mettendosi in piedi e correndo al bagno per non trovarla nemmeno lì. “Mary!”
Odia sentire la sua voce in quello stato, gli ricorda che razza di uomo debole sia. Corre verso la cucina col terrore di non vederla nemmeno in quella stanza, corre con un cappio al collo che è certo tra poco qualcuno verrà a stringergli. Quando vede la sua testa bionda far capolino dal divano bianco, gli occhi pesti, un alone scuro attorno alle palpebre, il cuore di John si ferma per qualche secondo, prima di martellargli in petto e fare un rumore sordo, come se ci sia un osso che si muove continuamente.
“John…” sospira, avvolgendosi nella coperta mentre si siede. Lui le corre davanti, cade in ginocchio tra le sue gambe, cercando il calore della sua pelle.
“Mary, perché sei qua, perché non-“
“John, io” e si umetta le labbra, perché le sente secche, e fanno male mentre pronuncia il suo nome. “John, mi dispiace ma io sono… così stanca.” Sbuffa guardando il soffitto, mentre sotto la coperta John cerca disperatamente le sue mani. Il tremolio delle sue braccia le fa quasi il solletico, e il suo cuore si fa improvvisamente pesante. Cerca il suo sguardo, sperando di non trovare quello che invece si ritrova a dover affrontare, occhi liquidi e stanchi, occhi che riflettono la sua stessa debolezza.
C’è un motivo, se lo ha scelto per prenderlo con sé.
“Mary, mi dispiace” dice John, e si sforza di tenere la voce ferma ma non ce la fa, perché il nodo alla gola è stretto e non fa passare l’aria e cazzo, quella trema e trema e lui è così stupido da non riuscire a fermarla. “Mi dispiace, te lo giuro, mi dispiace. Farò quello che vuoi, prenderò le pastiglie, le prenderò ogni notte, ogni santissima notte, ma ti prego Mary, ti prego non” si ferma, prende fiato, e dentro, lentamente, si sente morire. “Non te ne andare.”
Appoggia la testa nelle sue gambe nel momento in cui non ce la fa più, e singhiozza dolore e paura sulle ginocchia della sua adorata Mary, sulla coperta che diventa più scura dove cadono le lacrime. Ad ogni singhiozzo si insulta mentalmente, contando i secondi in cui Mary non lo tocca, in cui Mary non gli parla. Quando poi sente la sua fronte sulla sua testa, e le mani che affondano nei suoi capelli, non riesce nemmeno più a pensare. La sente piangere e si odia, e il suo dolore si accresce, aggrovigliandosi nel petto insieme agli altri. Le stringe le braccia intorno alla vita, perché non vuole che scappi, che se ne vada via e lo lasci da solo, ad affrontare gli incubi che, davvero, lo giura su ogni cosa che ama, lui sta cercando in ogni modo di combattere.
“Non te ne andare.” Ripete con voce strozzata. E Mary lo prende per il viso, e gli impone il silenzio.
In camera da letto, sul comodino, la scatola di Ximovan è ancora immacolata.

Il rumore della plastica che si buca gli sfrega le orecchie e gli fa male allo stomaco.
“Andrà tutto bene.” dice Mary, allisciando il coprimaterasso e guardandolo materna. Un sorso d’acqua e giù, la pastiglia scivola fino alla pancia, aprendosi in due.
Andrà tutto bene.

C’è lui in vedetta, stamattina. Non ha idea del perché, forse Follan sta poco bene e non hanno nessun altro da mettere lì sopra fino al prossimo cambio turno. Alza le spalle, in fondo non gli dispiace e oggi sembra tutto sommato una giornata tranquilla. Prende il binocolo e controlla la zona attorno alla base, chilometri di deserto che si estendono in colline basse, piccole e in fila una dietro l’altra davanti a lui.
In una piccola conca, la prima di mille che si susseguono, vede un piccolo villaggio improvvisato, i compagni di qualche altro plotone che portano acqua e cibo a quei poveri disgraziati. Sorride, desiderando per un istante di essere al loro posto. Gli piace, sentirsi ringraziare in un inglese stentato e vedere il sorriso nascere sul viso della gente grazie al suo lavoro.
Agita una mano per sventolarsi, il sudore che gli scivola sotto il mento; è l’ora più calda della giornata, i raggi del sole cadono perpendicolari sulla sabbia, riscaldandola terribilmente. Guarda l’orologio e sospira, il led che segna 43 gradi in aumento. Sono quelli gli unici momenti in cui gli manca il grigiore di Londra.
Porta una mano sopra gli occhi, guardando l’orizzonte a onde, stringendo le palpebre per mettere meglio a fuoco, per abbattere il muro di vapore che distorce la vista, in sottofondo il rombo di un’automobile in corsa.
Trattiene il fiato, pentendosi di aver pensato anche solo per un istante che quella potesse essere una giornata, per una volta, diversa dalle altre. Prova a chiamare qualcuno, magari è solo qualche compagno che sta portando il pranzo; ma quando china la testa, sotto le scale non vede nessuno, e non sente nessuna voce. Si china un istante, prova a chiamare di nuovo – McKenzie, Douglas, Finnemore, qualcuno. Ma niente.
Quando si rialza, sgrana gli occhi, convinto di essere improvvisamente diventato vittima del caldo.
C’è una persona, tra lui e la macchina che sfreccia a tutta velocità verso il loro campo. Un folle, pensa, se è capace di camminare nel deserto con un cappotto nero e una sciarpa attorno al collo. Mentre cammina si volta a guardarlo – perché no, quello non è davvero uno sguardo casuale. Lo sta fissando.
Si riprende dallo shock; anche un pazzo merita di essere salvato.
“Ehi tu! Non puoi stare lì!”
Ma quello lo ignora. Mentre cammina, l’uomo lascia che le braccia ondeggino lungo i fianchi una, due, tre volte, finché John non si ritrova a stringere di nuovo gli occhi, perché c’è qualcosa, adesso, che prima non c’era.
Un secchio.
“Ma cosa…”
Si lecca le labbra, cercando di capire. Quello gli sorride, un ghigno poco rassicurante che gli illumina il viso pallido. “Vai via!” esclama, sporgendosi dalla torretta, il braccio che fende l’aria – se lo sta guardando vedrà anche il braccio, e se vede il braccio sicuramente capirà che deve spostarsi da lì, e tornerà indietro.
No?
La macchina, intanto, smette di essere un puntino per mostrare perfettamente i suoi contorni sulla cima della collina. Si sente inerme, perché non sa cosa fare. Se quell’uomo resta lì, l’auto lo prenderà in pieno, e lui non ha davvero voglia di vedere morti, per oggi. “Levati!”
In risposta, l’uomo muove la testa, e lui riesce a sentire distintamente il rumore del collo che schiocca. E poi, con tutta la calma del mondo, quello alza il secchio rovesciandone il contenuto sopra la sabbia: acqua limpida, fresca.
È come se qualcuno avesse spento la luce. Il cielo è diventato d’improvviso blu cobalto, la stella polare che brilla davanti ai suoi occhi. Sulle sue braccia non c’è più il pizzicore dato dal sole, ma soltanto un filo di vento piacevole, ristoratore.
Il rombo della macchina è sparito, all’orizzonte non si vede più nessuno.
Chiude gli occhi, senza voler capire. Respira quell’aria di pace, e per un momento si sente a Londra, quella che lui ama, quella che lui vedeva sorgere di notte, quando Harry beveva troppo e lui non riusciva a stare sotto il suo stesso tetto.
“Ehi.” sente, una voce profonda e calda, un richiamo così potente da non poter essere ignorato. China il viso, e incontra di nuovo quello sconosciuto: occhi di ghiaccio, gli zigomi che sporgono appena e gli danno un aspetto particolare.
Oserebbe dire affascinante.
John non parla, la gola secca, il piacere del vento che si insinua nelle sue membra, rilassandolo.
“Non sono io il folle.” gli sorride, battendosi un dito sulla testa.
John non capisce, ma la cosa non lo preoccupa. Chiude gli occhi e si lascia andare ad un buio nero e accogliente che non ricorda di avere mai visto prima di quel momento.

 
Tags: fandom: sherlock bbc
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